MARTEDI' AUTOGESTITO DA FEMMINISTE E LESBICHE

Benvenute nella pagina autogestita dal Mfla!


**PALINESTO**

H 17.00 - 17.15 - APERTURA

H 17.15 - 18.00 - BISCROMA la trasmissione bischera/SPIRITO DI PATATA - trasmissione di femminismo pop

H 18.00 - 18.30 - VIRUS

H 18.30 - 19.30 - ATTI E MISFATTI. Iniziative, appuntamenti, riflessioni di femministe e lesbiche in Italia e a volte anche nel mondo

H 19.30 - 20.00 - GR SERALE

H 20.00 - 20.15 - SPAZIO COMUNICAZIONE

H 20.15 - 21.15 - TRASMISSIONE DI APPROFONDIMENTO

H 21.15 - 22.00 - E' UNA CALAMITA' DI CUI CI RENDIAMO PERFETTAMENTE CONTO - a cura del Coordinamento Lesbiche Romane/ IL TERZO ORGASMO a cura delle Connettive

H 22.00 - 23.00 - LIBERAMENTE/ WHITCH IS SHE?

BUON ASCOLTO!


LINK UTILI PER NOI

su http://lab.dyne.org/mfla_aiuto link x GR + link x FEMMINICIDI + una sintesi dei nuovi programmi di Linux e a cosa servono

http://lab.dyne.org/martedi_autogestito_ror (una sintesi di quello che siamo, se vogliamo "segnalarci" a chi non ci conosce!)

http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/ per i femminicidi

http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php per le personagge


APERTURA 6 LUGLIOO

Perugia 2010. La città è in guerra, ma a dichiarare la guerra non siamo stat* noi.

Michela, Lollo e Riccardo sono stati condannati in primo grado a 8 mesi e al pagamento di un totale di 16.600 euro di risarcimento danni più spese legali e processuali per resistenza aggravata e oltraggio a pubblico ufficiale. Le richieste del PM (8 mesi) sono dunque state interamente accolte, così come erano state accolte le richieste di convalida degli arresti, dei domiciliari e dell'obbligo di firma.

Per non aver fatto nulla. Ma non è questo che ci interessa principalmente discutere, ma il contesto in cui è avvenuto l'episodio degli arresti che ci racconta del momento in cui viviamo e delle strutture che regolano oggi le nostre vite. Non pensiamo che sia un caso il fatto che gli arresti siano avvenuti nel centro storico di perugia, oggetto da anni di intense politiche securitarie e di campagne mediatiche contro il degrado.

E così, negli anni, si è individuato un luogo: il centro storico si sono creati gli attori-oggetti della rappresentazione: giovani, spacciatori, tossici si sono messi in correlazione eventi: vita notturna, consumo di alcool e droga, spaccio, schiamazzi, aggressioni e, dopo gli arresti, anche la militanza politica.

L'insieme di questi fattori ci fa capire come questi arresti non siano un fatto di repressione su militanti politici, ma siano l'effetto di una costruzione entro cui tutti possono essere colpiti, in quanto tutti attori di questa rappresentazione. Questi arresti paiono essere dunque il punto finale di un percorso che ha portato all'istallazione di nuove telecamere, al rafforzamento della presenza delle forze dell'ordine nei luoghi d'incontro della piazza e alle ordinanze sul decoro urbano. Con il particolare che gli arresti e la rigida volontà di difendere l'azione della polizia dimostra anche una determinazione da parte del sistema questura-magistratura locale di voler gestire le questioni cittadine anche con un volto autoritario e di vendetta (uno degli elementi del processo è la mancanza di rispetto verso le forze dell'ordine e il risarcimento morale verso gli agenti, come se la divisa portasse una condizione di super-umanità).

Pare dunque che al classico modello securitario si aggiunga in maniera fluida e non meccanica, nè escludente, un altro modello del controllo, più diretto, più violento, meno sofisticato. Ci sembra di poter inserire dunque questo evento nella questione generazionale e nella questione di genere, dove è in atto un attacco diretto da tutti i punti di vista, formazione, reddito, stile e forme di vita, contro le precarie e i precari, gli studenti e le studentesse che vivono nel centro storico di Perugia e costruiscono la vita notturna della città. Una guerra contro lo stile di vita, i desideri di una generazione senza futuro all'interno della crisi globale. Bere una birra in piazza è un'attività sospetta, così come sospetti erano i ribelli che si potevano identificare con una maglietta a strisce, simbolo di un'altra generazione che esattamente cinquant'anni prima della sentenza di ieri, 30 giugno, voleva ascoltare un altro tipo musica, organizzare diversamente la propria vita e conquistare nuove libertà.

Tutta nostra la città non deve essere uno slogan di militanza, il titolo di un'assemblea o un piano d'azione ma la voglia irresistibile di esserci

Perugia. 1 lugio 2010

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appuntamento del 22 luglio al 22

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video Mujeres e feministas en resistencia

http://www.archive.org/details/Mujeres_y_feministas_en_Resistencia

La necesidad de luchar contra las ilegalidades y arbitrariedades cometidas por el gobierno de facto, fue lo que impulsó el surgimiento de las FEMINISTAS EN RESISTENCIA, que aglutina diversas expresiones del movimiento feminista y de mujeres en el país. Aunque nace con el objetivo fundamental de luchar por el regreso del orden constitucional, en el camino han ido articulándose con otros objetivos, como denunciar las violaciones a los derechos humanos de las mujeres que se han cometido desde ese día, velar porque todo lo que se ha logrado en materia de legislación, políticas públicas e institucionales a favor de las mujeres siga en vigencia. El golpe político-militar perpetrado dejó en evidencia la fragilidad de la democracia hondureña y la necesidad de construir propuestas de participación ciudadana que busquen la construcción de una nueva sociedad y de un Estado que incluya en su trabajo las demandas y propuestas de la población y, específicamente, de las mujeres.

Contact Information: Centro de Derechos de Mujeres - CDM Colonia Lara Norte, Ave. Manuel José Arce, Calle Lara N. 834, Tegucigalpa, Honduras, Centroamérica Apdo. Postal 4562, Tegucigalpa, Honduras Tel/Fax (504) 221-0459; (504)221-0657 Correo electrónico: cdm@derechosdelamujer.org

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3 libri

R/ESISTENZE LESBICHE NELL'EUROPA NAZIFASCISTA a cura di Paola Guazzo, Ines RIeder, Vincenza Scuderi

Il libro In un contesto in cui la ricerca storica europea appare ancora fortemente condizionata da istanze maschili-bianche e le reti accademiche non sembrano certo distinguersi nell'investire sensibilità ed energie sulla storia dei soggetti "altri", quali le lesbiche sono indubbiamente, i lavori qui presentati assumono sicuramente una rilevanza particolare nel panorama storiografico. Frutto di un lavoro corale sulle poche fonti e testimonianze di cui ancora si dispone, il volume si avvale dei contributi di alcune note storiche del lesbismo che si occupano di esistenze e resistenze lesbiche nell'Europa dei nazifascismi, includendo anche il franchismo spagnolo. La barra che si è scelto di apporre su "r/esistenze" sta infatti a indicare come per le lesbiche la stessa esistenza possa essere considerata una forma di resistenza (all'eterosessualità obbligatoria, alla cancellazione di sé e delle proprie passioni), ancor più in periodi di forzata "normalizzazione" di tutte le donne come furono quelli dei fascismi europei del Novecento. Ma la "resistenza" che trova spazio in questo libro è anche quella di lesbiche politicamente consapevoli, che fronteggiarono e combatterono con determinazione e coraggio le dittature di Mussolini, di Hitler e di Franco. Nel volume vengono inoltre affrontate anche le questioni, spesso rimosse, relative alla "zona grigia" della sopravvivenza durante l'internamento e ai rapporti fra "asociali" e "politiche" nei Lager.

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PER AMORE O PER FORZA. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo

nuovo libro di Cristina Morini

Prefazione di Judith Revel - Ombre Corte, Collana UniNomade, 2010

Chi ci salverà dalla crisi economica? Le donne, sembra. La loro atavica abitudine alla cura e alle relazioni vengono applicate, adesso, oltre che alla famiglia, al lavoro. Qualcuno parla di womenomics, e conteggia gli incrementi di Pil che potrebbero venir garantiti da una ancor maggiore partecipazione femminile al lavoro. Il lavoro è stato un importante momento di emancipazione per le donne, ha significato visibilità e autonomia.

Oggi, il mercato del lavoro è sempre più avido di differenze, corpi, sessualità, socialità proprio mentre la precarietà dilaga e aumentano le diseguaglianze. Così la femminilizzazione del lavoro è un fenomeno che non riguarda solo le donne ma tutti, indistintamente. Essa è diventata sinonimo di precarietà generalizzata ed esistenziale: è attraverso il ricatto della precarietà che si ottiene "partecipazione", per amore o per forza.

Senza indulgere ad alcun vittimismo né all'indicazione di soluzioni retrò, Cristina Morini analizza la realtà del lavoro delle donne (ma anche degli uomini) nel presente, in uno scompaginamento totale di ruoli e di percezioni che rappresentano la novità dell'esperienza contemporanea dei soggetti.

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"Elementi di critica trans", a cura di L.Arietti, C. Ballarin,G. Cuccio, P. Marcasciano, Edizioni Manifestolibri, Roma 2010

Questo volume raccoglie interventi e riflessioni sull'esperienza trans ­ intesa in senso individuale e collettivo ­ da parte dei soggetti protagonisti in occasione del primo seminario residenziale transessuale/transgender svoltosi in un agriturismo della campagna toscana, nella primavera del 2008. Un dibattito all'interno della variegata ed eterogenea scena trans sulle questioni che rimandano al significato della propria esperienza e alla possibilità/capacità di costruire una soggettività critica, nel tentativo di arrivare a posizioni condivise su storia, genere, sesso, patologia, autodeterminazione, senso e significato delle parole. Un tentativo di recuperare la nostra storia attraverso la memoria, l'autonarrazione e la cosiddetta ³storia dal basso² per dare un senso nostro alla nostra esperienza, approfondendo questioni problematiche o problematizzanti ­ anche con l'aiuto di testimoni privilegiati, scelti in base al loro rapporto con la scena transessuale/transgender, alla loro conoscenza e al contributo che ad essa hanno dato.

Dall'introduzione di Porpora Marcasciano:"Mentre una bruttissima televisione, imputabile di crimini contro la cultura e contro l'umanità, continua il suo massacro culturale, questa pubblicazione vuole essere una nostra risposta, non solo di r/esistenza"

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OMSA AIUTIAMO le lavoratrici OMSA di FAENZA

E' con grande tristezza che vi inoltro questa mail. La stessa cosa è successa alle lavoratrici de La Perla, che ora ha trasferito la produzione in Cina, della Mandarina Duck, ecc. Anche se il governo parla di segni positivi ci sono segnali che evidenziano come quest'anno e i prossimi a venire saranno davvero disastrosi per l'Italia.

Amiche e amici, vi porto via un po' di tempo raccontandovi quello che sta succedendo in questi giorni a Faenza, più o meno nell'indifferenza generale. Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso, non permancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all'estero della produzione per maggiori guadagni. Il proprietario dell'OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia, dove la manodopera, l'energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi. Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne non più giovanissime, a rimanere senza lavoro. Le prospettive di impiego nel faentino sono scarse e le autorità hanno fatto poco e niente per incentivare Grassi a rimanere in Italia o per trovare soluzioni occupazionali alternative per i dipendenti (l'unica trsmissione televisiva che ne ha parlato è AnnoZero).

Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell'azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari, (tentativo documentato anche da Striscia la Notizia sabato scorso). Personalmente, trovo allucinante che in Italia non esistano leggi che possano proteggere i lavoratori dall'essere trattati come mere fonti di reddito da lasciare in mezzo a una strada non appena si profili all'orizzonte l'eventualità di un guadagno più facile.

Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, boicottando i marchi Philippe Matignon - Sisi - Omsa - Golden Lady - Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè - Serenella e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l'indifferenza. Le lavoratrici OMSA ringraziano per l'aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti!! !


RAMALLAH: NASCE “RADIO NISAA”, LA RADIO DELLE DONNE

Inaugurata in Cisgiordania la prima emittente gestita da donne e indirizzata alle donne. Intrattenimento e informazione tutta al femminile.

DI BARBARA ANTONELLI

Ramallah, 22 giugno 2010 (foto tratta dal sito www.middle-east-online.com), Nena News

Inaugurata in Cisgiordania la prima radio gestita da donne e indirizzata alle donne. Intrattenimento e informazione tutta al femminile.

“Un buon caffé” è la rubrica con cui Nisreen apre la programmazione mattutina della nuova radio tutta al femminile, RADIO NISAA FM, aperta a Ramallah il 20 giugno. Nisreen Awwad, che è anche la presentatrice di uno spazio quotidiano di un’ora sui giovani palestinesi, in una stazione radio locale di Ramallah, dice che “Nisaa tenta di andare oltre l’immagine stereotipata della donna palestinese, cercando di dare voce a un numero sempre maggiore di donne perché esprimano loro stesse attraverso storie e riflessioni”.

Gestita da donne e indirizzata alle donne, Radio Nisaa Fm è la prima radio commerciale nata in Palestina per intrattenere e informare l’universo femminile. Un progetto pioneristico nella regione, sostenuto finanziariamente dalla fondazione svizzera Smiling Children, che vede prevalentemente donne nei vertici dirigenziali e una donna manager d’eccezione, Maysoun Odeh, che si è formata all’ American University di Washington ed è già stata manager della prima stazione radio in lingua inglese della Palestina, la famosissima RAM FM.

“L’idea è di unire le donne al di là degli impedimenti fisici – dice Odeh – creare ponti di comunicazione tra donne separate da muri e checkpoint. La società femminile palestinese è un mosaico diversificato e frammentato. Vogliamo entrare nelle case delle donne che vivono nelle aree urbane come in quelle rurali, della Cisgiordania come di Gaza e fare in modo che si confrontino e condividano le loro esperienze. Dando priorità a storie di donne, non solo in Cisgiordania e Gaza, ma anche a esperienze di donne palestinesi della diaspora, come per esempio la storia con cui apriamo questa settimana, la storia di una donna palestinese che vive in Cile e che ha creato una fondazione per i diritti delle donne”.

“Abbiamo anche intenzione – prosegue Odeh – di introdurre corsi di tecniche di giornalismo e radio giornalismo per rafforzare la partecipazione delle donne nel campo dell’informazione e della comunicazione”.

Inoltre attraverso l’uso di strumenti di social network come Facebook, Twitter e il blog in homepage, intende fare in modo che le ascoltatrici siano parte attiva della costruzione del palinsesto settimanale, chiedendo un riscontro interattivo sui contenuti della radio. Cinque i cardini intorno ai quali ruota l’informazione – spiega ancora Odeh, salute, carriera, tecnologia, educazione e ambiente.” La radio che trasmette sulle frequenze locali dei 96 FM ma può essere anche ascoltata via web, ha un’ampia programmazione musicale quotidiana che combina vecchi classici della musica araba mediorientale con più moderni successi, anche della musica occidentale.

Musica e intrattenimento ma anche informazione. E cosi questa settimana il palinsesto della rubrica mattutina di “Un buon caffè” apre con un’intervista a Rim Banna, cantante e compositrice palestinese, ma prosegue con uno speciale sulla crisi idrica che attanaglia la Cisgiordania e informazioni sul cancro al seno.

http://www.radionisaa.net/english.html


AGENDA 29 GIUGNO

Tuba: mostra fotografica

Dopo Occhi Rossi Festival 2010, le foto di Flavia Fasano arrivano da Tuba! Vi Aspettiamo Giovedi 1 Luglio dalle 19.00.

Via del pigneto 19, Roma

www.cybertuba.org

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Catania: presentazione libro R/ESISTENZE LESBICHE NELL'EUROPA NAZIFASCISTA

Sabato 3 luglio 2010 Cortile CGIL via Crociferi n. 40 - Catania

ore 18.00 Presentazione del libro R/ESISTENZE LESBICHE NELL'EUROPA NAZIFASCISTA a cura di Paola Guazzo, Ines RIeder, Vincenza Scuderi

Emma Baeri e Domenico Stimolo dialogano con le curatrici Paola Guazzo e Vincenza Scuderi. Contributi di Maria Teresa Aloisi, Gianni Famoso e Ciccio Giuffrida

Ore 20.30 Proiezione del documentario "But I Was a Girl. The Story of Frieda Belinfante" regia di Toni Boumans, Olanda 1999/2000

ore 22.00 SERATA IN CORTO Fuoricampo Lesbian Group presenta una selezioni di film tratta da Some Prefer Cake, festival di cinema lesbico. A cura di Luki Massa

organizzano: Ass.ne Antimafie "Rita Atria", Facoltà di Lingue e Letterature straniere - Catania, Ass.ne Culturale Alan Lomax, Ass.ne Città Felice, Ass.ne Nazionale Partigiani d'Italia - Catania.

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PER AMORE O PER FORZA. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo

nuovo libro di Cristina Morini

Prefazione di Judith Revel - Ombre Corte, Collana UniNomade, 2010

Chi ci salverà dalla crisi economica? Le donne, sembra. La loro atavica abitudine alla cura e alle relazioni vengono applicate, adesso, oltre che alla famiglia, al lavoro. Qualcuno parla di womenomics, e conteggia gli incrementi di Pil che potrebbero venir garantiti da una ancor maggiore partecipazione femminile al lavoro. Il lavoro è stato un importante momento di emancipazione per le donne, ha significato visibilità e autonomia.

Oggi, il mercato del lavoro è sempre più avido di differenze, corpi, sessualità, socialità proprio mentre la precarietà dilaga e aumentano le diseguaglianze. Così la femminilizzazione del lavoro è un fenomeno che non riguarda solo le donne ma tutti, indistintamente. Essa è diventata sinonimo di precarietà generalizzata ed esistenziale: è attraverso il ricatto della precarietà che si ottiene "partecipazione", per amore o per forza.

Senza indulgere ad alcun vittimismo né all'indicazione di soluzioni retrò, Cristina Morini analizza la realtà del lavoro delle donne (ma anche degli uomini) nel presente, in uno scompaginamento totale di ruoli e di percezioni che rappresentano la novità dell'esperienza contemporanea dei soggetti.

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Comunicato Sommosse Perugia su vicenda processuale Michela

“In questo mondo di cyberpoliziotti noi vogliamo esplorare il nostro universo immaginario, i nostri desideri e sogni di potere. Vogliamo disegnare l’avvenire a nostra immagine” Rosi Braidotti

Il 31 maggio l’ultima udienza del processo per resistenza a pubblico ufficiale a Michela, arrestata il 10 aprile scorso a Perugia mentre trascorreva una serata tra amici, è stata rimandata al 30 giugno 2010.

Dopo un primo periodo di mobilitazione, che ha visto prevalentemente un’attivazione sul piano personale e relazionale, noi del Collettivo Sommosse Perugia riusciamo ad uscire soltanto adesso con un comunicato ufficiale sull’aggressione subita, perché quanto accaduto a Michela è da considerare la situazione più critica da noi vissuta fin dall’inizio della nostra breve storia.

Un’azione repressiva del tutto gratuita e sovradimensionata, una vera e propria azione dimostrativa da parte delle forze di polizia che aspirano al governo della città di Perugia, che si conferma territorio privilegiato di sperimentazione di politiche della paura e del controllo.

Un’azione repressiva forte e indiscriminata, criminalizzante gli stili di vita, che ha colpito più duramente chi da sempre ha fatto sua l’opposizione al securitarismo e alle retoriche dei divieti, delle restrizioni, delle recinzioni .

Dal 10 aprile fino ad oggi si è andata progressivamente delineando sui giornali come nell’aula di tribunale una ricostruzione della vicenda che vede la stigmatizzazione dell’unica donna arrestata come la “deviante”: colpevole di avere fatto degenerare la situazione nel corso di un “normale” di controllo di polizia, responsabile del coinvolgimento degli altri due ragazzi arrestati e infine legittimante la reazione repressiva da parte delle forze dell’ordine.

La retorica con la quale si vuole dipingere Michela come il pericoloso soggetto da cui è scaturito il “problema di ordine pubblico” riprende lo stereotipo sin troppo facile da ricalcare della donna aggressiva, ribelle e indisciplinata attraverso il quale da sempre si criminalizza, colpevolizza e reprime la capacità reattiva e la forza di autodeterminazione delle donne. Una forza sovversiva che si tenta in ogni modo di restringere e contenere entro un sistema normalizzante e repressivo “ordinario”.

In un momento di difficile gestione della città, a causa di diffuse e capillari politiche di repressione con le quali anche a Perugia si tenta di governare una crisi profonda e generalizzata che d’altro canto non vede una risposta forte da parte di chi questa crisi la subisce in misura maggiore (donne, migranti, giovani, precar*), noi intendiamo proseguire il nostro percorso di riconquista della città, di riconquista dei nostri corpi e dei nostri spazi, del nostro futuro.

Per questo saremo presenti alla due giorni su sicurezza, carcere e proibizionismo che si sta organizzando a Perugia per il 25 e 26 giugno prossimi, nella quale porteremo i nostri contributi sulla decostruzione del concetto di SICUREZZA che per noi significa libertà dalla violenza di genere, libertà dal controllo e dalle recinzioni, libertà di scelta e autodeterminazione, accesso al reddito, alla mobilità, alla cultura, alla felicità.

Noi ragazze in lotta, ragazze cattive, vogliamo un presente in cui poter vivere e un futuro in cui poterci specchiare

Collettivo Femminista Sommosse Perugia

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Trattare il baby blues come la schizzofrenia: a chi può far bene?

“Trattamento sanitario obbligatorio per le mamme a rischio di depressione post-partum”; sì, avete capito bene, il famoso "TSO" previsto dalla legge 180 per i malati mentali che non possono essere curati in ambulatorio, o nelle residenze assistite, una specie di surrogato transitorio del ricovero in manicomio, necessario quando il malato di mente diventa pericoloso, un provvedimento eccezionale in cui l`autorità sanitaria sospende i diritti della persona e la obbliga a fare cose che lui non vorrebbe fare.

In questo caso la proposta, secondo i giornali degli ultimi giorni (clicca qui per leggere un articolo dal Corriere della sera), verrebbe da una società scientifica, la "Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia" che lancia lallarme: da 50 a 75mila casi lanno di baby blues (la tristezza dopo il parto, non ancora depressione, ma chissà...), che costerebbero alla collettività 500 milioni di euro. Mille fra queste mamme sfortunate sarebbero in condizioni mentali tali da mettere in pericolo la vita del loro bambino.

E allora che fare? Trattamento sanitario obbligatorio! Non in Ospedale, per carità, a casa, con un infermiere che veglierebbe su di loro 24 ore al giorno, una specie di sorvegliante imposto per legge... a fin di bene.

È impressionante come usino i numeri e le statistiche anche gli "scienziati" che delle statistiche dovrebbero fare una professione: diamo per buona la loro stima (questo significa che il baby blues colpisce più di una mamma su 10), come avranno calcolato il costo sociale di questo disturbo che ammonterebbe da 6.600 a 10.000 euro per ciascuna madre? Tutti farmaci? O anche visite mediche? Oppure che?

E poi, come si fa a saper che i neonati a rischio di vita sarebbero un migliaio? Senza TSO e senza particolari provvedimenti gli infanticidi ogni anno si contano sulle dita di una mano!

Ma ammesso che questo allarme sia fondato, come si farebbe ad individuare i soggetti a rischio, cioè quel migliaio di mamme potenzialmente assassine? Facile, sviluppando il progetto "Rebecca" (leggere quì per credere) che, con un mix di screening a cui sarebbero sottoposte tutte le donne gravide e “analisi grafologiche” della personalità, ci porterebbe ad individuare i soggetti a cui destinare l` “aiuto” di operatori esperti e formati alla bisogna.

Immaginate se tutto questo veramente si realizzasse: un immane organizzazione sarebbe sguinzagliata alle calcagna di tutte le donne gravide: non appena una di loro dovesse essere sospettata di probabile gravidanza, ecco lì i solerti operatori intenti nei consultori, negli studi professionali privati, nei laboratori di analisi, forse anche dal parrucchiere (a volte le donne si riuniscono in questi posti, dove si confidano segreti) a somministrare test e questionari, a raccogliere campioni di scrittura, a setacciare e a selezionare fino a scegliere le 1000 potenziali mamme degeneri a cui affibbiare, volenti o nolenti, lassistenza continuativa indispensabile per scongiurare linfanticidio: un operatore, a casa loro, 24 ore al giorno.

Lasciamo stare alcuni aspetti comici e concentriamoci su quelli pratici: dove alloggerebbe l"operatore"? In soggiorno su un divano letto? E se la mamma degenere, approfittando di un attimo in cui l”operatore" si assopisce agisse, in silenzio, in camera da letto? E anche volendo vedere solo gli aspetti economici, se un periodo di depressioni dura poniamo 6 mesi, per ognuna delle 1000 potenziali assassine bisognerebbe prevedere 18 mesi di attività lavorativa, il che, moltiplicato per 1000, fa 18000 mesi di lavoro che, diviso 12 fa 1500 persone che dovrebbero lavorare a tempo pieno ogni anno per questo progetto, senza contare ferie e malattia. Se ognuno di questi operatori costasse 30000 euro l`anno, tutto questo ambaradam verrebbe a costare 540 milioni di euro!

Ma chi mai può aver partorito una proposta così palesemente assurda? E perché?

Avanziamo un`ipotesi maliziosa: non è che per caso si tratta di uno dei tanti esempi di "disease mongering" (clicca qui per sapere meglio di che si tratta), il commercio delle malattie, per cui si inventa un problema per poter poi vendere la sua soluzione? Che si tratti di farmaci o nuovi servizi "ad hoc" non fa poi troppa differenza. E se è così, perché tanto spazio sui giornali?


AGENDA 22 GIUGNO

Comunicato Sommosse Perugia su vicenda processuale Michela

“In questo mondo di cyberpoliziotti noi vogliamo esplorare il nostro universo immaginario, i nostri desideri e sogni di potere. Vogliamo disegnare l’avvenire a nostra immagine” Rosi Braidotti

Il 31 maggio l’ultima udienza del processo per resistenza a pubblico ufficiale a Michela, arrestata il 10 aprile scorso a Perugia mentre trascorreva una serata tra amici, è stata rimandata al 30 giugno 2010.

Dopo un primo periodo di mobilitazione, che ha visto prevalentemente un’attivazione sul piano personale e relazionale, noi del Collettivo Sommosse Perugia riusciamo ad uscire soltanto adesso con un comunicato ufficiale sull’aggressione subita, perché quanto accaduto a Michela è da considerare la situazione più critica da noi vissuta fin dall’inizio della nostra breve storia.

Un’azione repressiva del tutto gratuita e sovradimensionata, una vera e propria azione dimostrativa da parte delle forze di polizia che aspirano al governo della città di Perugia, che si conferma territorio privilegiato di sperimentazione di politiche della paura e del controllo.

Un’azione repressiva forte e indiscriminata, criminalizzante gli stili di vita, che ha colpito più duramente chi da sempre ha fatto sua l’opposizione al securitarismo e alle retoriche dei divieti, delle restrizioni, delle recinzioni .

Dal 10 aprile fino ad oggi si è andata progressivamente delineando sui giornali come nell’aula di tribunale una ricostruzione della vicenda che vede la stigmatizzazione dell’unica donna arrestata come la “deviante”: colpevole di avere fatto degenerare la situazione nel corso di un “normale” di controllo di polizia, responsabile del coinvolgimento degli altri due ragazzi arrestati e infine legittimante la reazione repressiva da parte delle forze dell’ordine.

La retorica con la quale si vuole dipingere Michela come il pericoloso soggetto da cui è scaturito il “problema di ordine pubblico” riprende lo stereotipo sin troppo facile da ricalcare della donna aggressiva, ribelle e indisciplinata attraverso il quale da sempre si criminalizza, colpevolizza e reprime la capacità reattiva e la forza di autodeterminazione delle donne. Una forza sovversiva che si tenta in ogni modo di restringere e contenere entro un sistema normalizzante e repressivo “ordinario”.

In un momento di difficile gestione della città, a causa di diffuse e capillari politiche di repressione con le quali anche a Perugia si tenta di governare una crisi profonda e generalizzata che d’altro canto non vede una risposta forte da parte di chi questa crisi la subisce in misura maggiore (donne, migranti, giovani, precar*), noi intendiamo proseguire il nostro percorso di riconquista della città, di riconquista dei nostri corpi e dei nostri spazi, del nostro futuro.

Per questo saremo presenti alla due giorni su sicurezza, carcere e proibizionismo che si sta organizzando a Perugia per il 25 e 26 giugno prossimi, nella quale porteremo i nostri contributi sulla decostruzione del concetto di SICUREZZA che per noi significa libertà dalla violenza di genere, libertà dal controllo e dalle recinzioni, libertà di scelta e autodeterminazione, accesso al reddito, alla mobilità, alla cultura, alla felicità.

Noi ragazze in lotta, ragazze cattive, vogliamo un presente in cui poter vivere e un futuro in cui poterci specchiare

Collettivo Femminista Sommosse Perugia

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Sabato 26 giugno Napoli ospita il Pride nazionale...

quindi ARMIAMOCI E PARTIAMO per Napoli con lo scintillante PRISCILLA BUS!

ognun@ porti la propria arma da combattimento preferita, che sia uno smalto rosso, un tacco 12, un favoloso glitter, un corpetto di pelle, un boa fucsia, una tuta in lattex, una cinta chiodata, un copricapezzoli o un semplice cockring.... l'importante è non dimenticare la propria voglia di mostrare e gridare come siamo ALLA LUCE DEL SOLE!

Partenza da P.le Aldo Moro, ore 10

possibilità di scelta nel rientro: alle 21 e 30 o alle 3 e 30 dopo la festa

prezzo: 7 euro a/r

Per info e prenotazioni: suigenerislgbt@gmail.com 3496363055 (Carmen)

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Report sul corteo di Modena contro i Cie

Al di là di quello che hanno scritto oggi i pennivendoli, che da un mese soffiavano sul fuoco per criminalizzare a priori il corteo di Modena contro i Cie, e al di là delle continue e scontate pressioni poliziesche, cominciate al casello dell'autostrada fermando i pullman provenienti da altre città per identificare compagni e compagne, la manifestazione di ieri ha avuto un forte impatto comunicativo sulla città di Modena. Per gran parte del percorso i lati del corteo erano affollatissimi di donne e uomini, italiani e migranti, che ascoltavano con interesse gli interventi dal carro che parlavano non solo di Cie e deportazioni ma di tutta la costellazione di dispositivi di questa società del controllo e dello sfruttamento che trova nei "lager della democrazia" una delle sue espressioni più disumanizzanti, ma di certo non l'unica.

E così si è parlato ? in più lingue ? di militarizzazione dei territori, di connivenze col sistema dei Cie e della clandestinizzazione di donne e uomini migranti, dei legami tra sfruttamento delle risorse nel Sud del mondo e tratta delle donne, delle lotte al campo rom di Triboniano a Milano, di problematiche legate al mondo del lavoro, dell'uso del razzismo nella gestione della crisi e di tante altre tematiche.

Nella zona abitata prevalentemente da migranti è stata anche fatta una diretta telefonica con un recluso di Ponte Galeria, che ha raccontato ? con voce impastata dai farmaci che vengono quotidianamente propinati nel cibo ? della condizione di vita in quel lager.

Nell'affollato centro storico sono state mandate le registrazioni di altri interventi dai Cie raccolte dalle radio di movimento nelle ultime settimane. Poi il corteo è proseguito fin sotto il Cie di via La Marmora, per salutare con interventi e fuochi d'artificio i reclusi e le recluse del Cie e del carcere che si trova lì accanto.

Tolgono i lager dai libri di storia per metterli nelle nostre città. Ma da ieri Modena non potrà più far finta di non sapere. Continuons le combat!

Ascolta le dirette raccolte da radio onda rossa: 1, 2, 3

(Nella foto, lo striscione delle compagne al corteo di Modena)

http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/

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Ciao tutt3,

sotto potete trovare il link del comunicato in inglese, scritto da SUSPECT, dopo che ieri Judith Butler ha rifiutato il "premio al coraggio civile" che chiudeva il Pride di Berlino. Nel suo discorso ha sottolineato quanto sia importante non essere complici del razzismo del moviemnto gay e lesbico mainstream.

Questo a seguito anche della censura nel pride di Toronto delle parole "Against Israeli Apartheid" - nome di un collettivo queer che lavora su boycottaggio e solidarietà ai gruppi LGBTQI palestinesi (ed israeliani che si oppongono alla violenza dello stato di israele).

Presto vi farò avere la traduzione in italiano del comunicato postato qui sotto per tutte quelle che non conoscono l'inglese e/o che volessero diffonderlo..

Ciao, ciao Tiz

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Judith Butler rifiuta il ?premio al coraggio civile? dal pride di Berlino: ?Devo prendere le distanze dalla complicità con il razzismo?

Come attivist* Trans e queer neri e alleati accogliamo con molto piacere la decisione di Judith Butler di rifiutare Zivilcourage Prize conferitole dal Pride di Berlino. Apprezziamo il fatto che una delle teoriche più affermate abbia utilizzato la sua notorietà per sostenere la critica ?queer of colour? contro il razzismo, la guerra, le frontiere, la violenza della polizia e l?apartheid. Soprattutto, consideriamo un atto dirompente la sua denuncia e la sua critica aperta alla connivenza degli organizzatori/trici con le organizzazioni omonazionaliste. Il suo coraggioso discorso testimonia la sua apertura a nuove idee e la prontezza nel confrontarsi con il nostro lungo percorso politico e il nostro lavoro accademico che non soltanto portiamo avanti nell?isolamento e nella precarietà ma troppo spesso finisce per essere strumentalizzato e appropriato indebitamente da altri/e.

Purtroppo, ancora una volta le organizzazioni di attivisti/e neri/e, che secondo Butler avrebbero meritato il premio molto più che lei stessa, non stati neanche menzionati nei comunicati del Pride. Butler ha dedicato il premio a GLADT www.gladt.de ), LesMigraS (www.lesmigras.de ), SUSPECT e ReachOut (www.reachoutberlin.de ). Nonostante ciò l?unico spazio politico riportato nei comunicati è il Transgenial Christopher Street Day, un Pride alternativo a predominanza bianca. Invece di affrontare il tema del razzismo, la stampa si è concentrata sulla semplice critica alla commercializzazione, nonostante le parole di Butler siano state molto chiare: ?Devo prendere le distanze dalla complicità con il razzismo, compreso il razzismo islamofobico?. Ha inoltre sottolineato che non solo gli omosessuali ma anche ?bi, trans e i soggetti queer possono essere strumentalizzati da quelli che alimentano lo stato di terrore.

Il comitato organizzativo, per voce di Renate Künast del partito dei verdi (che sembrava avere difficoltà nel pronunciare il nome della vincitrice e nell?introdurre aspetti basilari dei suoi scritti) ha presentato Butler come una teorica determinata. Cinque minuti dopo, la stessa determinazione critica ha fatto cadere a terra le facce dei presentatori. Piuttosto che appoggiare il suo discorso, Jan Salloch e Ole Lehmann hanno pensato bene di rifiutare completamente ogni accusa di razzismo e di attaccare i circa cinquanta queer of colour e alleati che erano andati alla manifestazione in sostegno di Butler; ?Potete urlare finché volete. Non siete la maggioranza. Questo è tutto?. Il finale è stato una fantasia imperialista intonata sullo sfondo del Brandenburger Tor: ?Il Pride non è solo la continuazione di questo programma? Non importa cosa? In tutto il mondo e qui a Berlino? È sempre stato così e sempre così sarà?.

In questi ultimi anni, il razzismo è stato il filo rosso dei Pride internazionali, da Toronto a Berlino, come anche del panorama gay in generale (guarda l?articolo premonitore, del 2002, ?Monster Terrorist Fag? ? ?mostro terrorista frocio?, scritto dalle due teoriche queer of colour, Jasbir Puar e Amit Rai). Nel 2008, il pride di Berlino aveva un motto ?Hass du was dagegen??, che si potrebbe tradurre come ?hai un problema o cosa?? (la frase in tedesco imita in modo razzista la parlata dei/delle migranti). Homophobia e Transphobia sono state ridefinite come i problemi dei giovani neri che apparentemente non parlano perfettamente tedesco, o la cui identità tedesca è sempre messa in discussione, e semplicemente non appartengono a quella società. Il 2008 è anche l?anno in cui i discorsi sui crimini d?odio sono entrati a far parte significativamente delle politiche sulla sessualità in Germania. La rapida assimilazione di questi concetti è stata aiutata dal fatto che il violento criminale omofobo aveva già un volto: migranti, che erano già stati criminalizzati, incarcerati e anche deportati ? un fenomeno che cresce costantemente e con molta facilità. Questo panico moralista è stato reso credibile da discutibili pratiche mediatiche e dai cosiddetti studi scientifici: dove ogni caso di violenza che può essere collegato a persone gay, lesbiche, bi o trans (non importa se il presunto responsabile sia bianco o no e non importa se il movente sia l?omofobia, la transfobia o una lite per un parcheggio) viene diffuso come l?ultimissima prova di ciò che sappiamo già ? che i gay, in particolare gli uomini gay bianchi, sono quelli che stanno peggio di tutti e che la colpa è del migrante omofobo.

Questa ?verità? sempre più accettata è in larga misura il frutto del lavoro di organizzazioni omonazionaliste come Lesbian and Gay Federation Germany e la gay helpline Maneo, la cui stretta collaborazione con il Pride ha fatto sì che Butler rifiutasse il premio. Il loro lavoro consiste in larga parte di campagne mediatiche che rappresentano i migranti come ?arretrati?, ?patriarcali?, ?omofobi?, ?violenti? e che non si possono ?integrare? nella società occidentale. Nonostante tutto questo, è ironico il fatto che una di queste associazioni riceve fondi pubblici per ?proteggere? persone nere dal razzismo.

Il ?Rainbow Protection Circle against Racism and Homophobia? nel quartiere gay Schöneberg è stato spontaneamente accolto dal capo della giunta del quartiere aumentando la presenza del controllo della polizia. Da antirazzisti sappiamo purtroppo molto bene cosa significa quando avere più polizia (LGBT o no) in una zona dove molte persone nere vivono soprattutto in tempi di ?guerra al terrore? e ?sicurezza, ordine e decoro?.

È questa, quindi, la tendenza della politica gay bianca, quella di sostituire una politica della solidarietà, di relazioni e di trasformazione radicale con una polica di criminalizzazione, militarizzazione e sempre più forte difesa dei confini nazionali, che Butler ha denunciato, anche in risposta alle critiche e agli scritti di soggetti queer neri. Diversamente dalla maggioranza dei/delle queer bianche, Butler si è esposta avendo una posizione chiara e decisa. Consideriamo questo un atto di vero coraggio.

Yeliz Çelik, Sanchita Basu, Lucy Chebout, Lisa Thaler, Jin Haritaworn, Jen Petzen, e Cengiz Barskanmaz von SUSPECT

20 giugno, 2010.

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SORTEGGI E PREMI

La notizia, per ora scarsamente diffusa, è che il Sindaco, immaginiamo con la giunta, di Torre del Greco (Na) ha sottoposto a sorteggio, oltre che 10 posti da netturbino, "il premio maritaggio a fanciulle bisognose" . Le fanciulle di Torre del Greco, con meno di trent'anni e di buona condotta morale certificata dal parroco, purché abbiano parenti e congiunti rigorosamente disoccupati, santificheranno la loro unione con un presumibilmente timorato di Dio e nullatenente, con la benedizione, è il caso di dirlo, del Sindaco.

Il Dott. Borriello, che guida un'amministrazione con una sola assessora donna, fortunatamente eletta e non sorteggiata, e vota le sue delibere in un consiglio composto da soli uomini, tranne appunto la Dott. Olga Sessa, naturalmente non si pone le domande che ci poniamo noi. Domande sulla legalità di simili modalità di impiego del denaro pubblico, e naturalmente siamo già preparate a sentirci dire che qualche emendamento nel decreto legge sulla caccia o chissà cos'altro, abbia introdotto la possibilità di selezionale le nubende del caso in base al credo religioso, e quella che i posti pubblici si possano sorteggiare, magari quando il bando per la partecipazione al sorteggio "è stato notato solo da uomini".

Un'altra domanda il Sindaco, forse, l'avrà invece posta ai cittadini di Torre del Greco circa i loro desideri quando ha chiesto loro il voto. La risposta presumiamo di conoscerla, e visti i risultati non solo intorno a sorteggi e premi, e anche presumiamo che sia rimasta un desiderio. A parte l'ovvia considerazione sulla possibilità di autonomia economica delle coppie vincitrici "del premio di maritaggio" a noi non resta che il desiderio di vedere denunciato pubblicamente,facendo noi stesse una denuncia, un episodio grave riferito a uno stile di governo che offende e umilia le cittadine e i cittadini. Con buona pace di eventuali regole bislacche.

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Segnalo l'uscita di questo lavoro, di cui consiglio caldamente la lettura. Per chi sta a Bologna, la presentazione è domani, 22 giugno, alle 21 all'info modo Un abbraccio, Nic

"Elementi di critica trans", a cura di L.Arietti, C. Ballarin,G. Cuccio, P. Marcasciano, Edizioni Manifestolibri, Roma 2010

Questo volume raccoglie interventi e riflessioni sull'esperienza trans ­ intesa in senso individuale e collettivo ­ da parte dei soggetti protagonisti in occasione del primo seminario residenziale transessuale/transgender svoltosi in un agriturismo della campagna toscana, nella primavera del 2008. Un dibattito all'interno della variegata ed eterogenea scena trans sulle questioni che rimandano al significato della propria esperienza e alla possibilità/capacità di costruire una soggettività critica, nel tentativo di arrivare a posizioni condivise su storia, genere, sesso, patologia, autodeterminazione, senso e significato delle parole. Un tentativo di recuperare la nostra storia attraverso la memoria, l'autonarrazione e la cosiddetta ³storia dal basso² per dare un senso nostro alla nostra esperienza, approfondendo questioni problematiche o problematizzanti ­ anche con l'aiuto di testimoni privilegiati, scelti in base al loro rapporto con la scena transessuale/transgender, alla loro conoscenza e al contributo che ad essa hanno dato.

Dall'introduzione di Porpora Marcasciano:"Mentre una bruttissima televisione, imputabile di crimini contro la cultura e contro l'umanità, continua il suo massacro culturale, questa pubblicazione vuole essere una nostra risposta, non solo di r/esistenza"

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AGENDA 15 GIUGNO

26 Giugno lgbtqi pride nazionale Napoli - Alla Luce del Sole! - Appello per uno spezzone antisessista, femminista, antifascista

Il 26 giugno Napoli ospiterà il Pride Nazionale. Si aprano le danze, si scelgano i merletti si prendano gli ombretti, si infilino nei capelli fiocchi e ferretti. Scenderemo in piazza con lo stesso spirito di Stonewall, celeberrimo nightclub frequentato da transessuali e transgenders da cui nel 1969 è partito il Movimento LGBT/QI. Lottiamo per l’ uguaglianza nei diritti, per la dignità e il rispetto, vogliamo visibilità e libertà!

Napoli è la città in cui da un anno la mobilitazione di tutto il movimento non ha lasciato alcuno spazio al fascismo, giungendo fino alla cacciata di Casa Pound, per evitare che le molte contraddizioni, le stesse che si susseguono in tutto il paese a ritmi sempre più incalzanti e che rischiano di diventare substrato culturale, sedimentino diventando ingestibili. Non vorremmo sembrare catastrofiste per questa festosa giornata di lotta, ma follemente vive, anche se arrabbiate a causa della situazione politica e sociale italiana che va a rotoli, per usare un garbato eufemismo. Avessimo avuto a disposizione tre desideri cosa avremmo scelto? Non lo sapremo mai, sappiamo quello che abbiamo fatto, scendendo in strada e opponendoci ad ogni costo all’ occupazione dei neofascisti nei nostri quartieri, lottando contro il razzismo istituzionalizzato, lottando contro la medicalizzazione mercificazione forzata dei nostri corpi. Continuiamo a dover lottare per diritti basilari, per il lavoro, per la cittadinanza, per il rispetto, e contro ogni forma di ghettizzazione a fronte della prepotenza di governi per i quali la parola democrazia non è altro che un alibi per controllare e reprimere, sempre pronti a piegarsi all’ingerenza vaticana, forte e ingombrante in uno Stato che per Costituzione si ritiene laico.Allo stesso modo nn possiamo goderci neanche quei pochi diritti che abbiamo conquistato con anni di lotte, perché il loro prezzo aumenta ogni giorno di più e un numero sempre più grande di persone non possono più permettersi di comprarne, come fossero patate al mercato del pesce.Sottolineiamo ancora una volta la piena cittadinanza e l'autodeterminazione dei soggetti LGBTQI, degli omosessuali, trans e immigrati reclusi nei cie, come delle sexworkers, delle donne, in egualmodo degli antifascisti, antisessiti e antirazzisti.

L’ autodeterminazione è necessità e di necessità facciamo virtù. I vizi non ci mancano, sia chiaro, perché il nostro corpo non possiamo mortificarlo troppo, come vorrebbe il vaticano, che legittima violenze giustificandole come ordine naturale e morale. La naturalità dell'identità di genere, dell'identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, sono costruite socialmente, come un abito con gira la moda, arbitrariamente assegnate, come a tocco o nella morra cinese, gli individui non possono essere identificati usando termini generali come eterosessuale, maschio o femmina, mettiamo in discussione la creazione di categorie ed entità-gruppo artificiali e socialmente assegnate. Preferiamo mettere al centro dell'attenzione il problema delle differenze multiple, decostruendo stereotipi classisti, opponendoci al costrutto ingabbiante di genere definito. Ribellandoci alla cultura patriarcale della norma(lità). Decostruendo le terminologie, l'uso delle parole con cui veniamo nominate che creano le differenze sociali che ci opprimono. Ci opponiamo alla criminalizzazione e alla patologizzazione delle scelte che riguardano il nostro corpo e la nostra libertà sessuale e di genere. Siamo follemente vive se pensiamo al nostro corpo in maniera liberata, se viviamo il nostro corpo in maniera libera, se nessun oppressore ci opprime, ci limita o giudica la percezione che possiamo avere del nostro corpo. se siamo libere di ripetere i concetti due volte per essere comprese e per comprendere.

Siamo immensamente accorte a non cadere nella trappola tesa dalle attuali sembianze del fascismo: non scelta, adesione meccanica a una propaganda esterna e continua, sicurezza in ogni salsa che infondo è sentirsi sicuri solo nelle vesti di un normotipo omologato con in tasca una carta di credito (illimitata) o un tirapugni d’ oro. Ma la strada è ancora lunga, non si limita al percorso del Pride nel giorno del Pride. C’è qualcosa di sottile ma saldo che unisce le lotte di noi tutt*, di tutte quelle favolosità che credono che l’ unico modo per ottenere diritti è estenderli e moltiplicarli. resteremo a guardare quando si vorrà praticare il TSO o l'elettroshock per la depressione post parto? possiamo tollerare ancora Bagansco generale dell'esercito?

Scendiamo in piazza per ricordare le aggressioni ai danni di omosessuali, trans, donne, immigrati che le destre rendono normalità con le ronde, con le leggi razziali come il pacchetto (in)sicurezza, come i rimpatri, i cie, attraverso la morale clericale giustificata e appoggiata fin troppo dal Governo.

Scendiamo in piazza il 26 contro il ritorno di pratiche fasciste, contro l'oscurantismo.

Scendiamo in piazza per Joy, Hellen e le altre donne, immigrate, trans, sexworkers vittime degli stupri di stato, del patriarcato, delle violenze domestiche che avvengono nella tanto decantata famiglia normativizzata. Contro il malessere della sanità pubblica, la privatizzazione dell'università, la precarizzazione dei nostri lavori e delle nostre vite, contro le sanzioni a discapito di trans e sexworkers che lavorano per strada. Vogliamo cittadinanza e pari opportunità per tutt*, nel lavoro, nello studio, perché il sessismo e l'oppressione ci colpisce tutt*.

Vogliamo libertà sessuale, per i soggetti lgbtqi come per le donne, contro la cultura misogina, patriarcale e machista di questo stato.

Orgogliose di non far parte di quell'unica minoranza ricca maschia bianca eterosessuale cristiana e in buona salute che detiene il potere e che produce crisi e delinea un modello sociale ingabbiante.

Siamo lesbiche femministe trans donne, disoccupate, froci, frocie, sieropositive, lavoratrici, migranti, studentesse, puttane, precarie&rappresentiamo la realtà politica antifascista, antirazzista, antisessista napoletana.

coll. lgbtiq Tiresi@, coll. femminista DeGeneri, Coll. femminista Pachamama, Coll. di genere Sora Rossa

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Giovedì 17 giugno - ore 19:00 - al Volturno Occupato

Per tutte le donne sole o male accompagnate, cena sociale per sole donne, a sostegno dello Sportello

A sei mesi dall'apertura dello Sportello Donna: il Volturno Occupato si tinge di rosa

Il Volturno Occupato, spazio sottratto dal Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa, alla speculazione, sei mesi fa si è aperto ad una nuova sfida: lo Sportello Donna.

Questo spazio al femminile è autogestito da compagne ed occupanti del coordinamento con l'aiuto, il sostegno e la partecipazione attiva di tante compagne, operatrici, femministe, lesbiche e antifasciste della capitale.

Lo Sportello Donna è aperto tutti i giovedì dalle 18:00 alle 20:00 si rivolge a noi donne, ai nostri bisogni ed ai nostri desideri.

Con l'aiuto di avvocate e psicologhe abbiamo attivato servizi di consulenza gratuita per sostenerci nelle scelte difficili come: la separazione da un patner, l'affidamento dei/lle figi/e minori, la denuncia di un datore di lavoro che ci molesta o di chiunque agisca una violenza fisica o psicologica su di noi.

Lo Sportello Donna è soprattutto un spazio per non sentirci sole, neanche nell'emergenza abitativa.

In questi mesi, partendo dal bisogno abitativo di ciascuna di noi e di quante si sono rivolte allo sportello è emersa la necessità di trovare insieme una risposta, coniugata al femminile. Una soluzione cioè, estranea a dinamiche maschiliste e sessiste. Un posto per sentirci sicure anche tra le mura domestiche ed in cui sentirci libere di far cadere le nostre difese per poter essere semplicemente noi stesse.

Per tutte le donne sole o male accompagnate, cena sociale per sole donne, a sostegno dello Sportello

Giovedì 17 giugno ore 19:00 presso il Volturno Occupato Via Volturno, 37 (zona stazione Termini) 3664475407 e-mail: sportello.donna@inventati.org

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Ciao a tutte! Vi aspettiamo il 18 giugno al kesbilè! Musica, chiacchiere, teatro, poesie, concerti, proiezioni, dibattiti e... tutto quello che inventeremo insieme!

Le lesbikè del kesbilè

Kesbilè bar - via S. Francesco di Sales 1B - ore 21

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Martedi 15 Giugno ore 19,30 Inaugurazione BIO BIO Bar

Nel delizioso giardino l'aperitivo farà da saporito contorno al susseguirsi di Musica dal vivo • Cabaret • Teatro e molto.. molto di più!

con Valeria, Valentina ed Eleonora

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RU486: presidio sotto la Regione

Ru486, dopo il blocco della pillola abortiva operato dalla Giunta della Polverini, Vita di Donna onlus chiama a raccolta tutte le donne, gli uomini, gli operatori della sanità, le forze politiche e della società civile per protestare contro la mancata applicazione della legge 194.

Mercoledì 16 giugno appuntamento alla Regione Lazio.

Il governatore Polverini ha di fatto bloccato la somministrazione della pillola RU486, che era cominciata nell'Ospedale G.B.Grassi, con sei donne che ne avevano già fatto richiesta.

Sostiene che non tutti gli Ospedali possono usufruire di questa procedura e che servono dei posti letto dedicati. Nonostante l'evidente cavillosità dei due argomenti, con i quali costringe le donne del Lazio ad andare in Toscana o in Puglia, o a sottoporsi all'intervento chirurgico, chiediamo di sapere subito sia i posti letto che gli Ospedali autorizzati.

Chiediamo che la Legge 194/78 venga rispettata, e rispettato il diritto delle donne a scegliere la metodica per eseguire l'interruzione della gravidanza.

Subito libertà di scelta per le donne.

Mercoledì 16 giugno ci vediamo sotto la Regione Lazio, via Rosa Raimondi Garibaldi n. 7 dalle 9,30 alle 13 per manifestare la nostra protesta.

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OMSA AIUTIAMO le lavoratrici OMSA di FAENZA

E' con grande tristezza che vi inoltro questa mail. La stessa cosa è successa alle lavoratrici de La Perla, che ora ha trasferito la produzione in Cina, della Mandarina Duck, ecc. Anche se il governo parla di segni positivi ci sono segnali che evidenziano come quest'anno e i prossimi a venire saranno davvero disastrosi per l'Italia.

Amiche e amici, vi porto via un po' di tempo raccontandovi quello che sta succedendo in questi giorni a Faenza, più o meno nell'indifferenza generale. Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso, non permancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all'estero della produzione per maggiori guadagni. Il proprietario dell'OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia, dove la manodopera, l'energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi. Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne non più giovanissime, a rimanere senza lavoro. Le prospettive di impiego nel faentino sono scarse e le autorità hanno fatto poco e niente per incentivare Grassi a rimanere in Italia o per trovare soluzioni occupazionali alternative per i dipendenti (l'unica trsmissione televisiva che ne ha parlato è AnnoZero).

Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell'azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari, (tentativo documentato anche da Striscia la Notizia sabato scorso). Personalmente, trovo allucinante che in Italia non esistano leggi che possano proteggere i lavoratori dall'essere trattati come mere fonti di reddito da lasciare in mezzo a una strada non appena si profili all'orizzonte l'eventualità di un guadagno più facile.

Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, boicottando i marchi Philippe Matignon - Sisi - Omsa - Golden Lady - Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè - Serenella e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l'indifferenza. Le lavoratrici OMSA ringraziano per l'aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti!! !

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Quando il sessismo è di casa... 22 RESISTE e REAGISCE

Come tutte sappiamo da quasi un anno siamo alle prese con i tentativi di sgombero della nostra sede di via dei Volsci 22 e da sempre lottiamo quotidianamente per la nostra agibilità politica in questa strada. Da anni il 22 subisce attacchi sessisti che negli ultimi mesi si sono intensificati.

*durante la street “take back the night”, un gruppo di uomini insulta con cori da stadio, offese, spintoni e vari epiteti sessisti e lesbofobici le compagne impegnate nella tappa del corteo davanti al 22 contro lo sgombero;

*sulla porta della sede e sul marciapiede compaiono ripetutamente disegni e frasi offensive ed intimidatorie firmate “uomo violento”;

*nonostante le compagne prontamente le cancellino più volte, queste vengono nuovamente fatte con pennello e bombolette nell'arco di poche ore;

*ripetuti tentativi di far saltare la porta.

Questi episodi hanno come protagonisti uomini che quotidianamente stazionano in via dei Volsci. Una strada che si dichiara antifascista ma dove il sessismo e la lesbofobia sono una realtà.

Questo tipo di azioni violente contro le lesbiche e le femministe, questi tentativi di minare la nostra agibilità e ricondurci all’ordine, al silenzio e all’obbedienza, trovano qui non una ferma opposizione, ma un terreno fertile dove proliferare.

Alla battuta contro le femministe si risponde con una risata, la parola lesbica viene usata nel linguaggio corrente come insulto senza che questa pratica venga ostacolata, la porta della nostra sede viene imbrattata in un clima di complicità e omertà diffusa.

La pretesa di estraneità, l’ingenuità ipocrita, il non sentirsi mai parte in causa di fronte ad un clima pericolosamente segnato da episodi di ogni tipo ai danni di donne, lesbiche, femministe, nasconde la volontà di non mettere in discussione la dinamica di potere del proprio genere.

Tale atteggiamento è complice verso chi materialmente compie questi atti violenti e, più in generale, verso un sistema che se ne serve per conservare e riprodurre se stesso.

Chi sceglie di ignorare decenni di elaborazioni e di battaglie contro la violenza e la cultura sessista e lesbofobica, ha scelto comunque da che parte stare.

Antifascismo, antirazzismo e antisessismo sono lotte che non possono prescindere l’una dall’altra perché vanno tutte a scardinare un sistema impostato su logiche gerarchiche, autoritarie, di controllo e di sopraffazione.

La nostra pratica antifascista vive, quindi, nell’antisessismo quotidiano perché siamo convinte che non si possa praticare l’antifascismo senza interrogarsi sul sessismo e sulle logiche autoritarie.

L’esistenza e la pratica politica delle lesbiche e delle femministe scardinano questo sistema di potere: le lesbiche vengono attaccate perché rifiutano la norma eterosessuale; le femministe perché ne mettono in discussione gli assunti e non ne ricalcano gli stereotipi.

La nostra politica della visibilità, non a caso, suscita sempre l’odio dei fascisti e dei paladini dell’ordine patriarcale, intrisi di cultura maschilista e lesbofobica.

Antifascismo per noi significa anche combattere e contrastare, ogni giorno e in ogni luogo, gli immaginari e le pratiche sessiste e lesbofobiche dentro cui si annida la cultura fascista.

Senza questo assunto, l’antifascismo è per noi solo una parola povera di contenuti e ricca di testosterone. Noi continuiamo la difesa del nostro spazio contro ogni tentativo di sgombero istituzionale o di repressione nazional-maschilista.

Vi invitiamo tutte il 22 luglio dalle 8 colazione resistente, ovviamente al 22 di via dei Volsci

compagne femministe e lesbiche del 22

http://22resiste.noblogs.org/

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Il Collettivo Le Facinorosse presenta l'ultimo appuntamento del ciclo "Donne fuori dalla cornice"

16 giugno - LA DONNA E LA SUA IMMAGINE: DALL’ARTE AI MASS MEDIA

Intervengono: Elisa Giomi, sociologa, Alessia Muroni, ricercatrice indipendente e storica dell´arte, Violetta Valery, artista

ESPOSIZIONE D’ARTE A 360 ° DI GIOVANI ARTISTE

Ore 15 - AULA B3 - Facoltà Dams, Via Ostiense 133 ( metro Garbatella- San Paolo)

ricordiamo il blog - http://facinorosse.noblogs.org/

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MINIMO COMUNE DENOMINATORE

l'appuntamento per la prima riunione-assemblea è LUNEDI 21 GIUGNO DALLE ORE 20 NELLA SEDE DELL'ALBERONE, VIA APPIA NUOVA 357.

C’è attualmente un’impasse di analisi e presenza femminista. C’è una stanchezza e una sofferenza femminile. Le urgenze restano tali; la continuità di intervento nei territori è un optional volontaristico. Le iniziative simboliche e/o risonanti, per quanto felici, lasciano poi il tempo che trovano.

I gruppi e i collettivi sono comunque tanti; le compagne che cercano spazio e dibattito sono numerose e sparse dappertutto. Gli argomenti all’ordine del giorno sono molti, spesso quelli soliti e comuni a tutte, e che riguardano il corpo e la sessualità, la salute, la libertà di scelta femminile; parola e politica di genere; la violenza dei poteri. Spesso le necessità e capacità di intervento restano lontane l’una dall’altra, per i più svariati motivi.

La condivisione avviene con periodici allarmi, ogni volta per ragioni diverse, se pur condivisibili. Le modalità di intervento talvolta restano differenti, ma non contrapposte. Spesso emergono diffidenze.

Crediamo alla necessità , in questa fase, di operare una forma di coordinazione sui minimi comuni denominatori, cioè su quello che ci unisce e non ci divide. Questa necessità di coordinarsi nasce dalla certezza che una forma condivisa di analisi e di proposte possa rappresentare una ricchezza per tutte ed un aumento della forza politica, anche in termini di percezione della forza collettiva stessa. E di consapevolezza.

Oltre la condivisione delle diverse realtà, una politica coordinata nei vari passaggi può essere garanzia di maggiore continuità d’intervento e di visibilità per tutte. Questo, ovviamente, senza nulla togliere all’autonomia dei percorsi di ogni gruppo; certo però con un arricchimento di possibilità e valore per ciascun gruppo e ciascuna di noi. I temi “trattati” negli ultimo tempi, in continuità col lavoro politico di anni, sono ancora all’ordine del giorno: sanità, lavoro, scuola/università. Corpo e vita delle donne. Conflitto. Molto si può dilatare e aggiungere a questo piccolo schema. Ognuna può farlo.

Invitiamo tutte le compagne ad un tentativo di discussione e dibattito, con l’obiettivo di confrontarsi e formalizzare una specie di coordinamento delle istanze femministe e lesbiche; nella valorizzazione collettiva di quello che chiamiamo il nostro comune denominatore.

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MODENA, 19 GIUGNO: CORTEO CONTRO I CIE

Corteo contro i Centri di Identificazione ed Espulsione Modena 19 giugno 2010

All?interno di un percorso di lotta che parte da lontano e che si è andato intensificando negli ultimi mesi qui a Modena e a Bologna, in Italia e in generale in Europa, con scioperi della fame, rivolte, fughe dei reclusi, e presidi, presenze nelle città, azioni di sostegno dei solidali, promuoviamo un corteo a Modena per il 19 giugno 2010

Contro i Cie, perché sono i lager odierni in cui vengono rinchiusi gli immigrati senza le carte in regola per vivere nei paesi dei ricchi Contro le deportazioni, chiamate spudoratamente rimpatri Contro la funzione di questi centri, che è quella di tenere sotto minaccia della privazione della libertà individui da annientare e rendere quindi disponibili per lavori da schiavi Contro chi li gestisce, perché lucra sulla miseria.

Contro la propaganda razzista Contro il silenzio complice dei ?bravi cittadini?

Fuori i reclusi dai Cie Fuori i Cie dal mondo

Coordinamento per il 19 giugno leggi il documento di indizione: http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/gallery/5927/19_giugno.pdf

Ricordiamo anche che il 2 giugno alle 16 a Bologna si terrà un tavolo di discussione su Lager e deportazioni nella "fortezza Europa"

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20 GIUGNO: PARLANO LE DONNE

ISOLA PEDONALE VIA DEI CASTANI - ROMA (ALTEZZA DA VIA DEI FAGGI A VIA DELLE ROBINIE

PARLEREMO DI VIOLENZA, SALUTE, LAVORO, RAZZISMO E CULTURE DIVERSE, ECOLOGIA, COMUNICAZIONE E RETI SOCIALI

? INCANTO CORO FEMMINILE SENZA CONFINI ? ASSEMBLEA APERTA ? AREA LUDICA PER BAMBINI A CURA DI ROBERTA PUCELLO E CARMINE LETE ? SPETTACOLO TEATRALE CIRCUS ULBABRAB A CURA DELLA COMPAGNIA LINFATEATRO SUL TEMA "SPIRALE DELLA VIOLENZA"DI ELISA CARIFI REGIA CLAUDIO PIERONI CON FRANCESCA MEGNA, DORA TROCCHIA, STEFANIA CUTUNI, ANTONELLA CAPETO, ELISA CARIFFI , MATTEO BROGLIO ,PAOLO BRAZZO E SULLA STRADA MOSTRE, GAZEBO E BANCHETTI INFORMATIVI SULLE TEMATICHE DELL’INIZITIVA E INSTALLAZIONI CHIUSURA COM MUSICA POPOLARE E BALLI

inviate e CONTRIBUTI: ZERO VIOLENZA DONNE ,ASS. DIFFERENZA DONNE ONLUS , COORDINAMENTO SCUOLA IQBAL MASHI, ASS. L ‘ALTRO VOLTO DELLE DONNE ONLUS,ASSEMBLEA PIAZZA DEI CONDOTTIERI,DONNE MIGRANTI &E ITALIANE DELL’OCCUPAZIONE DI VIA DELLE ACACIE,COMITATO DONNE X MUNICIPIO, DIR.UOC PROCREAZIONE COSCIENTE E RESPONSABILE,COMITATO DONEN MUSULMANE MOSCHEA DI CENTOCELLE,D.SSA PATRIZIA AURIEMMA, U.O.S. 2° DISTRETTO RESP. DR.SSA DANIELA SARACENI, (CONSULTORIO VIA DELLE RESEDE),GIULIA BARILE (GINECOLOGA) SUAHD (MEDICO PALESTINESE) ANTONELLA MARIANI PRES COMMISSIONE DELLE ELETTE VII MUNICIPIO E MICHELA DI BIASE CAPO GRUPPO PD DEL MUNICIPIO VII, LIBRERIA IL MATTONE, ASS IL GERANIO

info: DONNE100CELLEDINTORNI@GMAIL.COM

COMITATO DONNE 100CELLE E DINTORNI nasce, in modo spontaneo, durante la preparazione della manifestazione contro la violenza patriarcale del 24 novembre 2007 per ricreare e reinventare una rete di solidarietà di donne nella vita quotidiana. Il comitato e' luogo di incontro, di dibattito, di solidarietà di scambio e di trasformazione della realtà delle donne, di ogni cultura e provenienza, che vivono nella periferia sud-est di Roma Il gruppo si costituisce come luogo di confronto tra donne che possa far convergere in momenti aggregativi lo sviluppo di attività di intervento politico-sociale, di tutela dei diritti e di promozione delle soggettività femminili sul territorio, partendo da una dimensione locale verso una concreta solidarietà internazionale. Siamo anche su Facebook - http://www.facebook.com/pages/Comitato-Donne-100Celle-e-dintorni/270784253462?ref=ts

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UN EDITORIALE PER MARTEDI' 29 GIUGNO SULLA RIFORMA DEI CONSULTORI

Lazio: te lo do io il consultorio familiare!

Il clima attuale non è dei migliori. Lo vediamo dalla serie di articoli che Dazebao sta dedicando al triste capitolo determinato da chi vorrebbe il ritorno dell'elettroshock (e il tso per le madri post parto). Se in ambito regionale e nazionale la destra sta presentando proposte di legge per neutralizzare la 194, i consultori, punire l'autodeterminazione femminile, lasciare le donne in balia di mariti ed ex mariti violenti o punirle con la psichiatrizzazione e la sottrazione dei minori, da Jones ci arrivano queste considerazioni a proposito dell'ennesima proposta che riguarda la regione lazio, quella in cui regna la polverini e tutto l'entourage di destrissima:

"La proposta PDL di riforma dei consultori familiari nella regione lazio è spaventosa! scaricatela e leggetela. Un mix spaventoso di totalitarismo etico e neoliberismo feroce! Fondazioni e imprese gestiranno i consultori al posto della sanità pubblica. I "Volontari" che vi presteranno servizio potranno detrarre dall'irpef regionale fino al 30% delle spese. Associazioni pro-life, padri separati, fascisti, maschilisti, miliziani di Comunione e Liberazione invaderanno (e saranno pagati per questo, o male che avranno uno sconto fiscale) consultori e tribunali. Una donna che vuole abortire, separarsi, divorziare, chiedere l'affidamento dei figli dovrà passare per mille forche caudine e giudizi di esperti di varie discipline (si parla sempre di interdisciplinarietà nella proposta di legge, mai di pluralismo), comitati etici e d esperti di "bioetica familiare". Sarà più facile finire in manicomio, in tribunale, sotto tutela di qualcuno che fare scelte libere e consapevoli. Tremiamo!"

Ecco il pdf da scaricare e leggere: PL 021.pdf

Vi facciamo una sintesi.

La proposta di legge per la regione lazio è la numero 21 del 26 maggio 2010.

I firmatari potete leggerli da voi.

Oggetto della proposta è: "Riforma e riqualificazione dei consultori familiari".

Se la semantica ci dice bene allora capiamo che "riqualificazione" sta per un intento che qualifica qualcosa che non lo è. Ma andiamo avanti.

L'intento è ben spiegato nella relazione introduttiva. Dice che una istituzione pubblica, pagata con soldi pubblici, quindi con i soldi delle nostre tasse, dovrebbe sostenere e promuovere non già tutti i soggetti esistenti che possono fruirne ma "la famiglia e i valori etici di cui essa è portatrice".

Di quali valori "etici" sia portatrice la famiglia lo leggiamo ogni giorno nelle cronache che vedono donne e bambini vittime di padri padroni ovvero lo leggiamo nell'omofobia di certe affermazioni e nell'impedimento costante di vivere una sessualità indipendente dalla logica etero e riproduttiva.

Si chiarisce che il consultorio dovrebbe diventare un luogo di tutela del concepito e stabilisce che l'azione dei consultori è "chiamata" ad uniformarsi a questo "principio". I consultori dovrebbero altresì "vigilare" sulla famiglia, prevedendo le situazioni di crisi (e qui sentiamo odore di padri separati e mediatori familiari) per agire in funzione "preventiva del disagio". Ovvero? Legheranno le mani ai maschi violenti? O passeranno il tempo a sedare le donne affinchè smettano di lamentarsi e non abbiano più la forza di andarsene?

Addirittura si prevede una sorta di tutela al "progetto di famiglia" che dovrebbe essere monitorata per tutto il suo andamento senza che nulla possa sfuggire mai a questi solerti osservatori.

Sembrerebbe un progetto scritto da una certa ala conservatrice della psichiatria, quella che ti chiede di scrivere appunti anche sulla pipì che fai al mattino per permettergli di dirti che il tuo disagio è dovuto ad una tua distorsione implicita, ma andiamo avanti.

Già all'articolo uno il progetto decide che è legale la famiglia basata sul matrimonio (invece tutto il resto non lo è?), la dichiara addirittura preesistente al diritto, che significa che nessuno può riformulare il diritto di famiglia perchè qualcuno sta dicendo che così è e così deve essere per sempre.

Si dichiara anche che la famiglia ha nella sua fondamentale dimensione quella "dell'unità e della fecondità".

Capito sorelle? Unite e feconde, così ci vogliono. Se ci disuniamo e non fecondiamo sono affari nostri. L'elettroshock è sempre lì pronto ad attenderci.

Si prevede poi un ruolo preciso per associazioni che si occupano di "vita" e "famiglia", leggi le associazioni descritte nel commento di apertura.

Un articolo che è presente in ogni proposta regionale (come quella siciliana in cui si dice perfino che talune figure esterne dovrebbero essere tenute in considerazione per ogni proposta legislativa inerente la famiglia) prevede la collaborazione di figure inserite nei consultori atte alla collaborazione con l'autorità giudiziaria, nei procedimenti attinenti a questioni di diritto familiare. Significa che dal consultorio dovrebbero partire perizie (pensate sempre alla Pas) e valutazioni circa le denunce di violenza fatte da donne e bambini e circa i procedimenti di affido.

Come dire: se non posso sostituirmi alla magistratura allora mi inserisco con una rete di professionisti (avvocati, psicologi, assistenti sociali, mediatori familiari, etc ) nella rete esterna che costruisce la burocrazia che anticipa e accompagna ogni procedimento e che può determinarne la conclusione.

L'art. 13 dice che il "concepito" (parliamo di spermatozoo+ovulo) è già membro effettivo della famiglia. Pensate alle implicazioni: se il "concepito" è membro della famiglia la donna non ha diritto di interrompere la gravidanza in quanto che il "concepito" appartiene all'unità della famiglia che i consultori, tutori, periti, operatori dovrebbero garantire a costo di lasciare le donne in catene a partorire nelle caverne. Ovvero è l'estensione dell'affido condiviso al "concepito" e dunque l'impossibilità per le donne di decidere del proprio corpo e della gravidanza senza il "consenso" del detentore in quota spermatozoo.

Poi si dice che ai consultori pubblici (dove per pubblico si intende una gestione privatistica di quello che viene pagato con soldi pubblici) si affiancano anche consultori privati e accreditati. Chi accredita gli accreditati?

E siccome la sanità del lazio ha soldi da buttare allora si stabilisce anche che si istituiscono addirittura fondi speciali come quello per la ricerca sulla famiglia e sulle problematiche familiari. Avete una idea di chi fruirà del fondo?

Nell'art. 26, tanto per chiarire il concetto, si istituiscono i comitati bioetici indipendenti che dovrebbero dare valutazione dei servizi alla famiglia che devono rispondere a canoni bioetici.

Che cosa sono i canoni bioetici in relazione ad una valutazione dei servizi alla famiglia? Semplice: ogni servizio territoriale dovrà dirvi sempre di no se chiedete una pillola del giorno dopo e non potrete più avere accesso alla ru486 o all'ivg chirurgico perchè i servizi sono canonicamente bioetici.

In più dentro i consultori si promuovono attività di volontariato di soggetti vari e tanti che non si potranno ignorare e che costituiranno un ostruzionismo costante all'applicazione della legge 194.

A questo punto ci è venuto in mente di andare a leggere chi è la prima firmataria della proposta. Lo apprendiamo direttamente dal suo sito. Di lei non si può certo dire che non sia coerente.

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Aggiornamenti Perugia PROSSIMA UDIENZA 30 GIUGNO


Agende passate

libro: R/esistenze lesbiche nell'Europa nazifascista ( Ombre corte 2010 ) a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder ed Enza Scuderi. Saranno presenti le tre curatrici, che dialogheranno con Renato Busarello, Luki Massa e Vincenza Perilli.

Dalle h16.00 c/o Festival sociale delle culture antifasciste, Viale Palmiro Togliatti, Bologna

Il libro In un contesto in cui la ricerca storica europea appare ancora fortemente condizionata da istanze maschili-bianche e le reti accademiche non sembrano certo distinguersi nell'investire sensibilità ed energie sulla storia dei soggetti "altri", quali le lesbiche sono indubbiamente, i lavori qui presentati assumono sicuramente una rilevanza particolare nel panorama storiografico. Frutto di un lavoro corale sulle poche fonti e testimonianze di cui ancora si dispone, il volume si avvale dei contributi di alcune note storiche del lesbismo che si occupano di esistenze e resistenze lesbiche nell'Europa dei nazifascismi, includendo anche il franchismo spagnolo. La barra che si è scelto di apporre su "r/esistenze" sta infatti a indicare come per le lesbiche la stessa esistenza possa essere considerata una forma di resistenza (all'eterosessualità obbligatoria, alla cancellazione di sé e delle proprie passioni), ancor più in periodi di forzata "normalizzazione" di tutte le donne come furono quelli dei fascismi europei del Novecento. Ma la "resistenza" che trova spazio in questo libro è anche quella di lesbiche politicamente consapevoli, che fronteggiarono e combatterono con determinazione e coraggio le dittature di Mussolini, di Hitler e di Franco. Nel volume vengono inoltre affrontate anche le questioni, spesso rimosse, relative alla "zona grigia" della sopravvivenza durante l'internamento e ai rapporti fra "asociali" e "politiche" nei Lager.

Le curatrici Paola Guazzo ha recentemente pubblicato il romanzo Un mito, a suo modo e curato con altre Il movimento delle lesbiche in Italia. Ines Rieder dagli anni Novanta si occupa principalmente di ricerca storica. Suoi lavori sono stati pubblicati in diverse riviste internazionali. Vincenza Scuderi è ricercatrice di Lingua tedesca e traduzione presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Catania.

Festival sociale delle culture antifasciste http://2010.fest-antifa.net/

Viale Palmiro Togliatti, Bologna http://2010.fest-antifa.net/il-parco-di-viale-togliatti

Fuoricampo Lesbian Group > Officina di Studi, Arte e Politica lesbica. website: http://www.fuoricampo.net e-mail: info@fuoricampo.net tel: 3391408010

Associazione Fuoricampo Casella Postale 2206 agenzia Emilia Levante 40137 Bologna - Italia

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CIE: accuse contro compagn@

Negli ultimi giorni la Digos di Bologna ha notificato ad una decina di compagne e compagni la conclusione delle indagini preliminari per “Vilipendio al prestigio e al decoro dell’istituzione rappresentata dalla Polizia di Stato del [sic!] suo complesso”, oltre che per manifestazione non autorizzata. Gli episodi cui fanno riferimento le notifiche sarebbero i due presidi comunicativi – di cui uno preannunciato con fax alla questura bolognese – svoltisi il 17 e il 20 marzo contro la minaccia di espulsione di Joy – che, lo ricordiamo, proprio nei giorni precedenti era stata trasferita dal Cie di Modena a quello di Ponte Galeria per essere rimpatriata con un volo Frontex.

Queste notifiche rappresentano la volontà poliziesca di attaccare frontalmente il lavoro politico che da mesi le compagne portano avanti in diverse città denunciando i ricatti e gli abusi sessuali da parte di uomini in divisa che le donne immigrate vivono quotidianamente dentro e fuori i Centri di identificazione ed espulsione. Dalle violente cariche contro il presidio organizzato dalle compagne milanesi il 25 novembre scorso a oggi, alcune questure hanno utilizzato le più svariate forme intimidatorie per chiudere la bocca a chi non intende essere complice di un sistema di potere e di sopraffazione ormai ben collaudato. Ripetuti controlli di documenti, pedinamenti, appostamenti sotto le case di alcune compagne, controlli telefonici e informatici hanno fatto da contorno ai tentativi continui di isolare Joy dal contatto con le solidali, fino ad arrivare a queste notifiche fatte in fretta e furia in previsione delle mobilitazioni che si vanno costruendo per l’8 giugno. Quel giorno, infatti, nel tribunale di Milano si terrà l’incidente probatorio per la denuncia di tentata violenza sessuale presentata da Joy nei confronti dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso.

Una denuncia che prima ancora che penale è politica perché ha reso evidente il muro di omertà e di connivenze che per oltre un decennio hanno garantito la copertura degli abusi e delle violenze nel Cie di via Corelli a Milano – che, lo ricordiamo, è stato uno dei primi Cpt ad essere costruito dopo l’approvazione delle legge Turco-Napolitano del ’98.

Joy con il suo coraggio ha inceppato questo meccanismo e da mesi e mesi ne sta pagando le conseguenze per ordini “dall’alto”, così come ne sta pagando le conseguenze chi ha voluto amplificare la sua voce facendo conoscere all’esterno dei lager per immigrate/i le condizioni disumane di vita in quei luoghi.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate sui quotidiani le notizie riguardanti gli abusi sessuali da parte di uomini in divisa (poliziotti, finanzieri, guardie carcerarie, …) in particolare nei confronti delle donne immigrate, ma non solo. Ricordiamo il caso della ragazzina di 12 anni che, in provincia di Rovigo, è stata violentata da un agente della “decorosa e prestigiosa” polizia di stato sotto la minaccia di un coltello.

Nonostante i continui tentativi istituzionali di ridimensionare la gravità di questi fatti alle azioni di poche “mele marce”, quello che ne emerge è, invece, un quadro chiaro dello strapotere che si arroga chi indossa una divisa, soprattutto nel momento in cui le politiche securitarie hanno imposto, attraverso la paura e l’infantilizzazione, un vero e proprio stato di polizia. Uno stato di polizia che difende gli sfruttatori caricando i picchetti operai, che difende e diffonde il razzismo rispondendo con la violenza alle giuste rivendicazioni di rom e migranti. Lo stesso che, tramite i suoi emissari in divisa, nelle scorribande notturne nelle strade, nelle questure e nei Cie usa la minaccia dell’espulsione per disporre liberamente del corpo delle immigrate; lo stesso stato di polizia che trasforma in omicidi i controlli stradali e che dall'inizio dell'anno ha già fatto 76 morti nelle carceri. In questo momento più che mai questo stato di polizia sta mostrando il suo vero volto, e scatena la sua repressione contro chi rende pubblici, nelle piazze e per le strade, i suoi abusi.

Joy ed Hellen sono state accusate di “calunnia” per aver denunciato il tentato stupro, compagne e compagni che le hanno sostenute sono accusate/i di vilipendio, quindi rischiano una pena che va da 6 mesi a 3 anni. Tutto questo pur d'insabbiare una storia di violenza sessuale, difendere l’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso e continuare sdoganare la crescente militarizzazione dei territori in nome della sicurezza per le donne.

Continueremo a non stare a questo sporco gioco. Continueremo il nostro lavoro di denuncia politica contro gli aguzzini e gli stupratori in divisa. Continueremo a dare la nostra fattiva complicità a chi, come Joy, non intende farsi piegare né sottomettere. Ricordiamo l’appuntamento in solidarietà con Joy ed Hellen, contro Cie e deportazioni, martedì 8 giugno dalle 14.30 sotto il tribunale di Milano (corso di porta vittoria).

Noinonsiamocomplici

http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/

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Qualche settimana fa è stata trovata la porta del 22 con un cazzo gigante disegnato sopra e vari insulti firmato “uomo violento”. Le compagne hanno ridipinto la porta di viola e sistemato tutto il resto. Questa domenica di nuovo la porta aveva un cazzo gigante dipinto di nero più altri vari intorno, ecc. ecc. Ieri sera alcune compagne hanno ridipinto la porta…ma già stanotte qualche coglione aveva espresso nuovamente la sua arte del "cazzo". Stanotte ci hanno anche scritto “vergini non per scelta”.

È stata convovata una riunione per mercoledì 26 alle 21 al 22. Vi aspettiamo tutte!

Insieme siamo più forti!

Le compagne femministe e lesbiche del 22

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Petizione per la regista iraniana Kiana Firouz

Una petizione circola per difendere il diritto d'asilo di Kiana Firouz, una lesbica iraniana che vive in great britain. Lai ha girato un film molto autobiografico -"cul de sac"- che uscira in maggio. Lei rischia la pena di morte se torna in Iran. ha chiesto il diritto di asilo, ma la sua richiesta é stata rifiuttata e il giudice a rifiutato che facesse appello. Rsichia la deportazione se non riesce a fare appello, e questo sembra difficile a ottenere.

Pour l'aider, voici le lien vers la pétition : Per aiutarla, ecco il link verso la petitzione.

http://www.petitiononline.com/kianaf/petition.html

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MOSTRE

Sabato 22 maggio Ore 18.30

mostra collettiva: Medea Antigone ed altre cattive ragazze

delle artiste Mariangela Bombardieri, Tania De Gregorio, Sabrina Faustini, Tina Loiodice, Miss May, Moma, Sara Pieri, Maria Servidone, Sandra Vandelli, Alessia Zolfo.

La mostra è dedicata ad un’idea di donna forte e non sottomessa al potere maschile, sia esso famigliare che politico.

a cura di LINDA FILACCHIONE e MARINA ZATTA

INFO: tel. 06.68401721, cell. 333.7330045 - @mail: lindaevents@libero.it soqquadro@interfree.it

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Arrestata una femminista di sommosse a Perugia

care compagne tutte vogliamo denunciare un fatto gravissimo che è avvenuto nella nostra città e che ha coinvolto tra gli altri una nostra compagna del collettivo femminista sommosse e del gruppo del wendo.

Sabato sera era con altri compagni nel centro storico di Perugia a prendere un aperitivo prima di partire per un concerto verso Fabriano. Il gruppo di compagn* stava conversando quamdo si sono avvicinati 7 figuri, che senza dare nessun segno di identificazione hanno chiesto loro i documenti. Mikela ha rifiutato di darli, i "poliziotti" erano in borghese e non mostravano alcun distintivo. Mikela è stata aggredita verbalmente e fisicamente, è stata spintonata. Un compagno si è frapposto tra lei e un poliziotto ed è stato immediatamente ammanettato: nel giro di pochi minuti è nato un parapiglia in cui diversi compagni sono stati picchiati e tra questi due compagni, Riccardo e Lorenzo, infilati dentro le volanti prontamente sopraggiunte ed insieme a loro Mikela.

E' stato fatto un processo per direttisima dove Mikela e Lorenzo sono stati condannati ai domiciliari

Chi di voi ha conosciuto Mikela, sa che Mikela è un piccola grande compagna, straordinaria ed appassionata, sempre in prima fila, pronta a mettersi in gioco e a lavorare con e per gli altri. Abbiamo costruito insieme il nostro collettivo femminista ed insieme lavorato sulle battaglie per il reddito, contra la violenza maschile e contro il securitarismo.

In una città, Perugia, sempre più piena di telecamere e in cui i controlli o meglio i "rastrellamenti" sono diventati all'ordine del giorno. Una città che si è trasformata in un carcere all'aperto. Mikela sta facendo la sua tesi sulla città e la sicurezza da un punto di vista di genere. Abbiamo fatto insieme una video-ricerca: "Safety or security? Quale genere di sicurezza per la mia citta?" che proietteremo presto ovunque: abbiamo provato a decostruire il concetto ideologico di sicurezza che per le donne significa stare tutte a casa magari a farsi picchiare dal marito. Mikela ha detto no. Ed insieme a lei, arrestata senza alcun motivo,o per non essere rimasta a casa nella prigione sua prigione domestica, Noi diciamo no. Non resteremo a casa e non ci faremo intimorire: dall'avanzata delle destre, dalla gestione securitaria della crisi economica, dal razzismo, dal sessismo.

Noi non abbiamo paura!

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7 Aprile 1944 - 7 Aprile 2010

Ricordando le donne del Ponte di ferro

Costruiamo insieme un luogo dedicato ad ogni donna resistente

Il 7 aprile del 1944 morivano, fucilate dai nazisti, dieci donne. Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo furono assassinate al Ponte di Ferro perchè insieme ad altri ed altre abitanti dei quartieri limitrofi avevano assaltato un forno. Volevano riprendere per la famiglia quella farina e quel pane che i fascisti negavano alla popolazione straziata dalla guerra, riservandolo ai tedeschi. I loro corpi lasciati esposti sul luogo dell’eccidio dovevano scoraggiare chi intendeva ribellarsi, Ma il ricordo del loro coraggio è ancora oggi la forza di chi cerca giustizia.

Sullo stesso ponte un monumento , per lo più sconosciuto mantiene il ricordo di quelle donne. Attraverso la costruzione di un percorso storico, attraverso un continua e rinnovata lettura dei suoi contenuti, e la loro discussione in un racconto collettivo la memoria diviene elemento costitutivo del ragionare il presente e del costruire il futuro Il 7 aprile del 2010, vogliamo ricordare su quel monumento e su quel ponte il nome di ogni donna che ha resistito e resiste ai tanti soprusi quotidiani di cui sono vittime le donne nel nostro paese e nel mondo. Quella storia di resistenza ci appartiene ancora, non è finita. La resistenza delle donne è diventata pane quotidiano Ricordare e Resistere sarà parlare delle donne che ogni giorno resistono con i propri corpi, alla violenza fuori e dentro la famiglia, alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze, al razzismo e ad ogni intolleranza. Ricordarle sarà lasciare, su quel monumento e su quel ponte, insieme a quelli delle dieci donne scolpite sulla pietra, il nome di ogni donna resistente

7 aprile 2010 ponte di ferro ore 16

In ricordo delle dieci donne giustiziate dai nazifascisti

In ricordo di ogni donna resistente

Antifasciste romane

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Laboratorio di Officine Naturali

Per informazioni conttattaci al 334 8935301, oppure via mail (officinenaturali@insiberia.net)

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SAPPHISTRIES -A GLOBAL HISTORY OF LOVE BETWEEN WOMEN

"Sapphistries - A Global History of Love Between Women", di Leila J. Rupp (NYU Press; 303 pages; $29.95)

Decidendo di scrivere una storia globale dell'amore tra donne in un unico volume, Leila J. Rupp ha intrapreso un ambizioso progetto. Si potrebbe dire che sia ambizioso quanto l'amore tra donne ha dimostrato di essere audace. Il titolo del libro, "Sapphistries," è esso stesso una parola inventata,che segnala l'oscurità del suo soggetto. Tuttavia Rupp è riuscita a scrivere una storia transnazionale affascinante e a volte stupefacente. Quando la prova dell'amore tra donne è frammentaria o potetica, lo dice. Il libro è una sintesi della cultura femminista globale e del romanzo storico degli ultimi 30 anni, e la bibliografia di 24 pagine di Rupp è sia un attestato dell'ampiezza della sua ricerca, sia una meravigliosa risorsa per chi legge. Rupp comincia il suo studio nel 40,000 a.C. e lo conclude nei tempi moderni.

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Appello per la costruzione di iniziative locali di donne contro i Centri di identificazione ed espulsione per il prossimo 25 novembre

Fra le scritte razziste apparse in un quartiere alla periferia di Milano dove recentemente un uomo, probabilmente immigrato, ha violentato una donna italiana, una spicca in modo particolare: “Ce le scopiamo noi le vostre puttane”. Un pugno nello stomaco di tutte noi, che ben sappiamo la vita durissima, lo sfruttamento, le continue molestie e gli stupri che le donne migranti subiscono quotidianamente. Un pugno nello stomaco per chi, come noi, ha subito denunciato che il processo di etnicizzazione degli stupri era uno strumento funzionale al razzismo – che si tratti di razzismo istituzionale o “popolare”.

Poche settimane prima, a Montalto di Castro nel coro (quasi) unanime in difesa di otto giovani stupratori italiani, figli di benestanti, una voce maschile si alza per dire che la ragazza stuprata è di un altro paese e che poteva starsene a casa sua. Per quanto la distanza fra Tarquinia e Montalto sia di soli 20 km, rendere “straniera” l’adolescente serve a giustificare lo stupro e gli stupratori. Da una parte i conniventi, dall’altra “quella” (così la chiamano a Montalto), la “straniera”. Due fatti, questi, che mostrano chiaramente la disumanizzazione agita nei confronti delle “straniere”. Una disumanizzazione che nei Cie raggiunge il suo apice. Ricatti sessuali, molestie, violenze e stupri contro le donne sono, infatti, il “pane quotidiano” in questi universi concentrazionari – per molti aspetti assai simili ai lager – sin dalla loro creazione, alla fine degli anni ’90.

Due anni fa siamo scese in piazza a Roma nel grande e determinato corteo di donne e lesbiche per dire che nessun “pacchetto sicurezza” doveva essere varato in nostro nome. Oggi il “pacchetto sicurezza” è in vigore e la campagna istituzionale e mediatica in suo sostegno è stata costruita proprio sull’equazione razzista clandestino=stupratore. Ma la realtà è ben diversa e per questo diventa urgente fare un salto e denunciare i Cie come luoghi privilegiati di violenza e sopraffazione contro le donne migranti, luoghi in cui i guardiani si sentono in diritto di abusare delle donne rinchiuse, forti anche delle connivenze istituzionali che ne garantiscono coperture e impunità.

Come gruppo di compagne, femministe e lesbiche di Bologna, abbiamo cominciato ad andare sotto il Cie di Via Mattei il 13 ottobre mentre a Milano venivano condannate a sei mesi di carcere alcune donne nigeriane “colpevoli” di aver partecipato, in agosto, alla rivolta nel Cie milanese. Durante un’udienza una di queste donne, Joy, ha denunciato in aula di aver subito – dopo vari ricatti sessuali – un tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo del Cie, Vittorio Addesso, e di essersi salvata solo grazie all’aiuto della sua compagna di cella, Hellen. Durante la rivolta, Joy ed Hellen con altre recluse sono, poi, state trascinate, seminude, in una stanza senza telecamere, amanettate e fatte inginocchiare per poi venire picchiate selvaggiamente e successivamente tradotte in carcere. Con le loro dichiarazioni Joy ed Hellen, che ora rischiano un processo per “calunnia”, hanno portato alla luce la realtà della violenza razzista e sessista nei Cie.

Siamo convinte che il loro coraggio vada sostenuto, che oggi sia importante e urgente il moltiplicarsi di iniziative di femministe e lesbiche che denuncino questa realtà a chi non la conosce o non la vuole vedere. Esattamente come abbiamo fatto e continuiamo a fare rispetto alla violenza in famiglia.

Per questo proponiamo che per il 25 novembre – giornata internazionale contro la violenza sulle donne – nelle varie realtà locali, soprattutto (ma non solo) dove è presente uno dei tredici Cie sparsi sul territorio italiano, compagne, femministe e lesbiche costruiscano iniziative contro i Centri di identificazione ed espulsione ed in solidarietà a Joy ed Hellen e a tutte le migranti che hanno avuto – e che avranno – il coraggio di fare i nomi dei loro aguzzini. Siamo già in contatto con donne che, in alcune città, stanno organizzandosi per quella data; inoltre stiamo creando un blog per dare visibilità alle varie iniziative e creare una rete tra le diverse realtà di donne che si stanno mobilitando contro i Cie e la violenza sessista e razzista.

Invitiamo tutti i collettivi e gruppi di compagne a darci comunicazione delle iniziative messe in cantiere per il 25 all'indirizzo complici@anche.no

Noi non siamo complici!

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Take back the night - riprendiamoci la notte

Nell´immaginario comune, la notte è sempre stata associata all'insicurezza, alla violenza, alla paura e col tempo noi stesse abbiamo fatto nostra l´idea del pericolo fuori dalla casa.

Ma noi non ci caschiamo.

Non ci rinchiuderanno nella prigione delle mura domestiche dove diviene più forte il controllo dell´uomo - padr(on)e, fratello, marito- sul corpo e sulla libertà delle donne.

Siamo pronte a uscire nelle strade per dire che la SICUREZZA non viene da un maggior numero di telecamere, né dalla militarizzazione delle città, ma dalla nostra stessa libertà e autodeterminazione dentro e fuori le mura domestiche.

I governi e la Chiesa continuano a proporre un modello familiare in cui la donna conservi il ruolo d'incubatrice e balia, mentre la società diventa sempre più fascista, ribadendo, tra gli altri, il vecchio schema della donna o santa o puttana.

Così la violenza è palese solo quando a compierla è il tossico, l'immigrato o il rom e si arriva a giustificare l´ubriachezza dei "bravi ragazzi", che agiscono per soddisfare bisogni dovuti, mentre lo stesso comportamento rende la donna un´incosciente che "se l´è cercata".

Ma in tutti questi casi non s' indaga la violenza alle radici. La giustificazione è sempre la devianza, mentre noi sappiamo bene che la violenza è diffusa e propagandata dai media e dalla cultura maschilista e patriarcale.

Per questo vogliamo vivere le nostre strade anche di notte e vogliamo che sia questo a farci sentire sicure. La Street che stiamo costruendo per aprire la settimana di mobilitazione contro la violenza maschile sulle donne, sarà il momento per farlo. Un'occasione non solo per attraversare, unite, la città, ma anche per viverla a modo nostro.

Vogliamo dire questo da donne alle donne, alle lesbiche, alle trans, perché non è sicurezza una città militarizzata, non è sicurezza una città fatta di ronde e lame, è la SOLIDARIETA' la nostra sicurezza!!

* 12 novembre alle ore 19.00 APERITIVO @ VOLTURNO:OCCUPATO - via Volturno 37

* 21 novembre TAKE BACK THE NIGHT riprendiamoci la notte @ PIAZZA VITTORIO ore 18.30

x info: takebackthenight@grrlz.net

http://takebackthenight.noblogs.org

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Per Hamida Ben Sadia, militante femminista e antirazzista

E' morta qualche giorno fa, divorata dal cancro, Hamida Ben Sadia, algerina-francese, scrittrice, femminista, lontana dalla tentazioni di un certo femminismo neocolonialista, ma altrettanto esplicita nella denuncia dei fondamentalismi. Aveva lottato contro la promulgazione nel 1984 del cosiddetto Code de la Famille algerino che rinviava le donne allo statuto di "minori a vita" in nome del rispetto dei "valori islamici", ma insieme si era opposta strenuamente anche contro la legge francese del 15 marzo 2004 contro i "segni religiosi" (nota come legge anti-foulard), rifiutandosi di essere trattata come una "beurette de service". Nel suo libro, Itinéraire d’une femme française, racconta la sua esperienza di matrimonio forzato e violenza coniugale in Algeria (il divorzio e la fuga in Francia, le costò l'abbandono in patria dei figli, che riuscì a riavere solo dopo 12 anni) ma denuncia con forza anche il razzismo che strumentalizza i vissuti delle donne "arabe" (o "musulmane") per fomentare scontro di civiltà e leggi anti-migranti. Nell'introduzione si chiede: "« Jusqu’où peut-on parler de la réalité de femmes de tradition musulmane sans ouvrir un boulevard aux propagandistes de la haine ? Comment concilier antiracisme et féminisme ? » (Fin dove possiamo parlare della realtà delle donne di tradizione musulmana senza spianare la strada ai propagandisti dell'odio? Come conciliare antirazzismo e femminismo?). Ma credo che l'itinerario (personale e politico) di Hamida Ben Sadia sia già una risposta.

Rinvio ad alcuni articoli/video su/con Hamida Ben Sadia, disgraziatamente tutti in francese (aggiornerò domani con eventuali materiali in italiano, vista l'ora e una certa tristezza non riesco a cercare adesso): l'intervista di OummaTv in occasione dell'uscita del suo libro, un omaggio del collettivo Lmsi che rinvia anche ad una recensione di Itinéraire d’une femme française pubblicata su Politis e quello di Algeria Watch.

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Carole Roussopoulos, femminista, regista

Ho appreso ieri sera della morte di Carole Roussopoulos. Il suo primo film che ho visto, se la memoria non mi inganna, credo sia stato S.C.U.M, parecchi anni fa, durante una delle mie tante giornate/notti en promenade per Parigi, tra cinema e femminismo. Film bellissimo, girato nel 1976, con una bellissima Delphine Seyring che legge S.C.U.M Manifesto di Valerie Solanas, mentre la regista batte a macchina e la televisione trasmette immagini di donne che protestano contro al guerra in varie parti del mondo. All'epoca, Roussopoulos era quasi del tutto sconosciuta in Italia (del resto solo recentemente le è stata dedicata una rassegna a Trieste), ma già un mito in Francia. Aveva cominciato a fare video a Parigi sul finire degli anni '60, acquistando la prima videocamera su consiglio di Jean Genet, dopo essere stata licenziata da Vogue su due piedi (per ulteriori notizie biografiche, sul sito di Divergences trovate degli estratti dell'intervista a Roussopoulos pubblicata da Nouvelles Questions Féministes solo qualche mese fa). Io, in quegli anni di nomadismo tra Italia e Francia per mantenermi facevo una miriade di lavoretti e tra questi (senza troppa convinzione, certo) anche fotografie di moda e il fatto che Roussopoulos fosse passata anche lei per certi ambienti per potersi poi dedicare ad altro aveva un non so che di consolante (ero più giovane). Negli anni mi è capitato di vedere, in diverse occasioni, i suoi film, credo la maggior parte se non proprio tutti. Da Genet parle d'Angela Davis, al film realizzato con Christine Delphy per i cinquant'anni de Il secondo Sesso di Simone de Beauvoir, fino a Debout! Une histoire du mouvement de libération des femmes, forse il suo film più famoso che ho visto e rivisto: al festival di Créteil nel 2000, ancora alla fine di un incontro organizzato da un collettivo femminista parigino da qualche parte nel diciannovesimo arrondissements, l'ultima volta al Centre George Pompidou credo o forse alla Cinémathèque. Mi rendo conto solo ora, tentando di rimettere a posto frammenti di ricordi, immagini, parole, quanto questa donna avesse toccato nei suoi film nel corso degli anni tutte le questioni che ritengo (riteniamo) oggi così importanti e centrali: aveva dato parola alle outsiders - dalle sex workers (che negli anni 70 si chiamavano ancora prostitute) alle donne migranti -, aveva parlato di aborto, di stupro e di violenza domestica (Viol coniugal, viol à domicile si intitola uno dei suoi lavori) e filmato le prime uscite pubbliche del F.A.R.H (Front Homosexuel d'Action Révolutionnaire). Ma soprattutto era stata capace di essere non soltanto una cineasta (un'artista, un'intellettuale, una teorica) che guarda le cose restandone fuori (come tanti/e) ma soprattutto una militante, un'attivista. Era stata in Palestina, aveva insegnato l'uso della videocamera a Black Panthers e altre/i militanti di diversi movimenti di liberazione (ad Algeri e altrove) e soprattutto era stata interna al movimento femminista fin da principio. Mi manca una frase, una parola, per chiudere questo articolo per Carole Roussopoulos, forse posso scrivere semplicemente Debout! .

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Anna Politkovskaja

“Sono una reietta. Questo è il risultato principale del mio lavoro giornalistico negli anni della seconda guerra cecena e dell'aver pubblicato all'estero alcuni libri sulla vita in Russia e sulla guerra cecena. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle riunioni alle quali siano presenti personalità del Cremino”.

Questa è una delle ultime dichiarazioni rilasciate da Anna Politkovskaja prima che, il 7 ottobre del 2006, venisse assassinata nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando.

Giornalista libera, che in molti definivano “scomoda”, nei suoi articoli per Novaya Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaja condannava apertamente l'Esercito e il Governo russo per lo scarso rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia. Al momento della sua eliminazione stava lavorando ad un dossier sulle torture in Cecenia e ad uno sulla corruzione dei dirigenti del Cremino. Entrambi i suoi ultimi lavori non sono mai stati pubblicati.

Dopo l’omicidio, Putin non ha rilasciato dichiarazioni. Il governo ha disertato i funerali e dato inizio alle indagini pomposamente denominate “operazione Vulcan”. I colleghi della giornalista hanno invece avviato indagini indipendenti incontrando molti ostacoli ma anche solidarietà diffusa nella società civile.

L’operazione Vulcan si è spenta a fine agosto 2006 con l’annuncio fiero del procuratore secondo cui gli assassini arriverebbero dalla mafia cecena, mentre i mandanti vivrebbero all’estero e vorrebbero trascinare la Russia nella crisi.

Sono passati tre anni e, di fatto, il suo omicidio rimane senza colpevoli. Ma una cosa è certa: Anna Politkovskaja continua a essere una fonte irriducibile d’ispirazione per proseguire una battaglia coraggiosa contro le infamie dell'esercito di Putin e dei potenti.

Il suo esempio è stato seguito da altre giornaliste e altri giornalisti, che hanno portato avanti le sue inchieste cercando di raccontare la realtà indipendentemente dagli interessi del potere. Una cosa che in russia mette a rischio la vita.

Il 19 gennaio 2009 viene uccisa Anastasia Baburova. Si trovava di giorno in pieno centro a Mosca, insieme all'avvocato e difensore dei diritti umani Stanislav Markelov. Entrambi vengono uccisi con diversi colpi di pistola sparati da uno sconosciuto, che ha poi lasciato in tutta calma il luogo del delitto. Nessuno dei tanti passanti si è fermato a prestare loro soccorso. Nessuno ha inseguito l’assassino.

Il 16 luglio 2009 viene invece rapita e uccisa con un colpo di pistola al petto e uno alla testa, l’attivista per i diritti umani e giornalista Natalia Estamirova, 50 anni, collaboratrice della Ong russa “Memorial”. Natalia è stata sequestrata mentre usciva dalla sua casa di Grozny ed è stata ritrovata cadavere nella vicina Repubblica dell’Inguscetia.

Da quando il Cremlino ha sospeso la legge antiterrorismo, tra gennaio e aprile, in Cecenia sono sparite 34 persone: 27 rilasciate, due uccise, due tutt’ora irreperibili e tre in cella. Mentre in tutto il 2008 sono stati contati 42 rapimenti.

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Carole Roussopoulos, femminista, regista

Ho appreso ieri sera della morte di Carole Roussopoulos. Il suo primo film che ho visto, se la memoria non mi inganna, credo sia stato S.C.U.M, parecchi anni fa, durante una delle mie tante giornate/notti en promenade per Parigi, tra cinema e femminismo. Film bellissimo, girato nel 1976, con una bellissima Delphine Seyring che legge S.C.U.M Manifesto di Valerie Solanas, mentre la regista batte a macchina e la televisione trasmette immagini di donne che protestano contro al guerra in varie parti del mondo. All'epoca, Roussopoulos era quasi del tutto sconosciuta in Italia (del resto solo recentemente le è stata dedicata una rassegna a Trieste), ma già un mito in Francia. Aveva cominciato a fare video a Parigi sul finire degli anni '60, acquistando la prima videocamera su consiglio di Jean Genet, dopo essere stata licenziata da Vogue su due piedi (per ulteriori notizie biografiche, sul sito di Divergences trovate degli estratti dell'intervista a Roussopoulos pubblicata da Nouvelles Questions Féministes solo qualche mese fa). Io, in quegli anni di nomadismo tra Italia e Francia per mantenermi facevo una miriade di lavoretti e tra questi (senza troppa convinzione, certo) anche fotografie di moda e il fatto che Roussopoulos fosse passata anche lei per certi ambienti per potersi poi dedicare ad altro aveva un non so che di consolante (ero più giovane). Negli anni mi è capitato di vedere, in diverse occasioni, i suoi film, credo la maggior parte se non proprio tutti. Da Genet parle d'Angela Davis, al film realizzato con Christine Delphy per i cinquant'anni de Il secondo Sesso di Simone de Beauvoir, fino a Debout! Une histoire du mouvement de libération des femmes, forse il suo film più famoso che ho visto e rivisto: al festival di Créteil nel 2000, ancora alla fine di un incontro organizzato da un collettivo femminista parigino da qualche parte nel diciannovesimo arrondissements, l'ultima volta al Centre George Pompidou credo o forse alla Cinémathèque. Mi rendo conto solo ora, tentando di rimettere a posto frammenti di ricordi, immagini, parole, quanto questa donna avesse toccato nei suoi film nel corso degli anni tutte le questioni che ritengo (riteniamo) oggi così importanti e centrali: aveva dato parola alle outsiders - dalle sex workers (che negli anni 70 si chiamavano ancora prostitute) alle donne migranti -, aveva parlato di aborto, di stupro e di violenza domestica (Viol coniugal, viol à domicile si intitola uno dei suoi lavori) e filmato le prime uscite pubbliche del F.A.R.H (Front Homosexuel d'Action Révolutionnaire). Ma soprattutto era stata capace di essere non soltanto una cineasta (un'artista, un'intellettuale, una teorica) che guarda le cose restandone fuori (come tanti/e) ma soprattutto una militante, un'attivista. Era stata in Palestina, aveva insegnato l'uso della videocamera a Black Panthers e altre/i militanti di diversi movimenti di liberazione (ad Algeri e altrove) e soprattutto era stata interna al movimento femminista fin da principio. Mi manca una frase, una parola, per chiudere questo articolo per Carole Roussopoulos, forse posso scrivere semplicemente Debout! .

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Anna Politkovskaja

“Sono una reietta. Questo è il risultato principale del mio lavoro giornalistico negli anni della seconda guerra cecena e dell'aver pubblicato all'estero alcuni libri sulla vita in Russia e sulla guerra cecena. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle riunioni alle quali siano presenti personalità del Cremino”.

Questa è una delle ultime dichiarazioni rilasciate da Anna Politkovskaja prima che, il 7 ottobre del 2006, venisse assassinata nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando.

Giornalista libera, che in molti definivano “scomoda”, nei suoi articoli per Novaya Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaja condannava apertamente l'Esercito e il Governo russo per lo scarso rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia. Al momento della sua eliminazione stava lavorando ad un dossier sulle torture in Cecenia e ad uno sulla corruzione dei dirigenti del Cremino. Entrambi i suoi ultimi lavori non sono mai stati pubblicati.

Dopo l’omicidio, Putin non ha rilasciato dichiarazioni. Il governo ha disertato i funerali e dato inizio alle indagini pomposamente denominate “operazione Vulcan”. I colleghi della giornalista hanno invece avviato indagini indipendenti incontrando molti ostacoli ma anche solidarietà diffusa nella società civile.

L’operazione Vulcan si è spenta a fine agosto 2006 con l’annuncio fiero del procuratore secondo cui gli assassini arriverebbero dalla mafia cecena, mentre i mandanti vivrebbero all’estero e vorrebbero trascinare la Russia nella crisi.

Sono passati tre anni e, di fatto, il suo omicidio rimane senza colpevoli. Ma una cosa è certa: Anna Politkovskaja continua a essere una fonte irriducibile d’ispirazione per proseguire una battaglia coraggiosa contro le infamie dell'esercito di Putin e dei potenti.

Il suo esempio è stato seguito da altre giornaliste e altri giornalisti, che hanno portato avanti le sue inchieste cercando di raccontare la realtà indipendentemente dagli interessi del potere. Una cosa che in russia mette a rischio la vita.

Il 19 gennaio 2009 viene uccisa Anastasia Baburova. Si trovava di giorno in pieno centro a Mosca, insieme all'avvocato e difensore dei diritti umani Stanislav Markelov. Entrambi vengono uccisi con diversi colpi di pistola sparati da uno sconosciuto, che ha poi lasciato in tutta calma il luogo del delitto. Nessuno dei tanti passanti si è fermato a prestare loro soccorso. Nessuno ha inseguito l’assassino.

Il 16 luglio 2009 viene invece rapita e uccisa con un colpo di pistola al petto e uno alla testa, l’attivista per i diritti umani e giornalista Natalia Estamirova, 50 anni, collaboratrice della Ong russa “Memorial”. Natalia è stata sequestrata mentre usciva dalla sua casa di Grozny ed è stata ritrovata cadavere nella vicina Repubblica dell’Inguscetia.

Da quando il Cremlino ha sospeso la legge antiterrorismo, tra gennaio e aprile, in Cecenia sono sparite 34 persone: 27 rilasciate, due uccise, due tutt’ora irreperibili e tre in cella. Mentre in tutto il 2008 sono stati contati 42 rapimenti.

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massacro circeo - Centro donna Lisa

Sono passati 34 anni dal massacro del Circeo. Due ragazze neanche ventenni dei quartieri popolari di Roma venivano invitate da tre ragazzi di famiglie benestanti a passare una serata insieme nella villa di uno di loro sul litorale del Circeo. Era la sera del 30 settembre 1975 e si trasformò in una carneficina che ha inaugurato gli stupri di branco in questo paese. Le due ragazze furono violentate, seviziate, torturate per tutta la notte. Una delle due morì. L'altra, creduta morta, fu buttata insieme al cadavere dell'amica nel bagagliaio di un'auto. Riuscì a salvarsi, e a trovare la forza di denunciare la tragedia. E’ grazie a lei che noi ora possiamo ricordare e riflettere su quanto è accaduto.

Ma c'è dell'altro. Le due ragazze erano “figlie di nessuno”, figlie di quartieri popolari, quelle a cui oggi qualche imprenditore di potere suggerirebbe di sposare suo figlio per emergere dalla povertà. Il disprezzo dei tre massacratori era verso il corpo della donna e verso le classi sociali economicamente inferiori. Entrambi da annichilire e abbattere per il fatto di esistere. Tre giovani ragazzi fascisti della Roma bene si arrogavano il diritto di esercitare la loro violenza sopra chi non poteva difendersi. Inoltre, come succede ancora oggi, la stampa e l'opinione pubblica fecero diventare le due ragazze complici e imputate della tragedia. Non si ebbe “un giudizio netto, interamente indignato” di fronte al fatto, né venne espressa vicinanza umana alle vittime.

Questo episodio dimostra, allora come oggi, che la violenza sulle donne non è figlia di ignoranza e follia. La violenza contro le donne è un delitto che viene perpetuato sistematicamente da un sistema maschile che vuole dominare /l'altro/ con ogni mezzo e punisce chi lo mette in discussione, chi esce dai suoi schemi, chi rivendica la propria libertà e il diritto ad autodeterminarsi. E una definizione appropriata ci arriva proprio da uno dei tre stupratori del Circeo che dichiarò: “/stuprare e uccidere non è debolezza, fa sentire forti, perché sei completamente padrone di un essere umano. Noi eravamo guerrieri, in lotta contro i nostri nemici”//. /

In questi 34 anni è morta anche la ragazza che sopravvisse a quella notte di tortura mentre i tre aguzzini hanno avuto percorsi diversi. Uno di loro ha finito di scontare la sua pena e oggi è un uomo libero. Non ci interessano i percorsi giudiziari perché non sono gli anni di prigione a cancellare quello che è stato il massacro del Circeo. I fatti, però, restano e vorremmo che insegnassero e facessero “storia” per tutta la società, non solo per le donne.

Vogliamo, quindi, ricordare la mattanza del 30 settembre 1975, le vittime e le loro famiglie. Vogliamo ricordare alla società che la prima causa di morte per le donne è la violenza degli uomini. Vogliamo ricordare che i percorsi per uscire da questo sistema, che fa sottomettere le donne agli stereotipi violenti di immagine, sessualità e maternità, sono culturali e politici e riguardano ognuno e ognuna di noi.

La nostra solidarietà, comprensione, lotta quotidiana stanno sempre e solo dalla parte delle donne vittime di violenza.

Le Donne /in genere/ del Centro Donna L.I.S.A. di Roma

COSE GIA' LETTE MA NON SCADUTE, O RIUTILIZZABILI...!

FORTRESS EUROPE

http://fortresseurope.blogspot.com http://images.artnet.com/images_US/magazine/reviews/davis/davis7-20-09-5.jp presenta

IO NON RESPINGO

Il 10 giugno manifestazione nazionale a Roma

Oltre 50 appuntamenti in tutta Italia per dire no ai respingimenti

Per rispondere alla visita di Gheddafi in Italia abbiamo lanciato un appello di mobilitazione nazionale, per dire no ai respingimenti e al Trattato Italia-Libia. La risposta tata altissima. Dal 10 al 20 giugno, la rete spontanea nata intorno a “Fortress Europe”, a “Come un uomo sulla terra” e all’associazione Asinitas Onlus, iuscita ad organizzare 55 eventi in 35 citt taliane per dire “Io non respingo”. Maroni prenda nota. il benvenuto che una parte sana dell’Italia riserva alla visita del dittatore libico Gheddafi. Manifestazioni, pres , dibattiti e proiezioni del film. Da Cagliari a Milano, da Agrigento a Varese. Conosciamo quale destino attende gli emigranti e i rifugiati respinti al largo di Lampedusa e imprigionati in Libia. E non possiamo rimanere indifferenti.

A coronamento di tutto ci bbiamo indetto una grande manifestazione il 10 giugno a Roma in Piazza Farnese. A partire dalle 18:00, proprio nelle stesse ore in cui Gheddafi sar icevuto dal premier a Palazzo Chigi. Alterneremo reading di testimonianze sulla Libia a poesie, intermezzi musicali a momenti di informazione e di riflessione. Ci saranno Ascanio Celestini, Andrea Satta, il coro multietnico Casilino 23, Moni Ovadia, Andrea Pandolfo, Monserrat, Igiaba Scego, gli studenti della scuola di italiano Asinitas e altri scrittori, giornalisti, e attori teatrali. Fortress Europe mostrer l pubblico le foto scattate nei campi libici. Sempre in piazza Farnese, alle 21.00 proietteremo all’aperto il documentario “Come un uomo sulla terra”, con la presenza degli autori. All’iniziativa ha aderito Amnesty International – sezione italiana.

Il sit-in e la raccolta delle firme per la petizione sulla Libia, inizieranno a partire dalle 16:00, con un’iniziativa promossa dalle scuole di italiano Asinitas Onlus, Associazione Comboniana Servizio Emigranti, Insensinverso, Cotrad Didattica Teatro, Focus Casa dei Diritti Sociali, Di 28 ce n' .

Questa e-mail arriver 30.000 persone in tutta Italia. Chiediamo ad ognuno di voi di partecipare numerosi a queste giornate di mobilitazione, nate in modo spontaneo da una ricca rete di associazioni e individui che resistono quotidianamente all’imbarbarimento della civilt iuridica e umana di questo paese.

La campagna IO NON RESPINGO B>promossa da Fortress Europe, dall’associazione Asinitas Onlus, dagli autori di “Come un uomo sulla terra” (Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer). Per aderire alla campagna: gabriele_delgrande@yahoo.it

Per maggiori informazioni http://fortresseurope.blogspot.com

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Per far ripartire prima possibile il centro antiviolenza dell'aquila

Care tutte, vi scrivo per segnalare un'emergenza fattaci pervenire dalle Donne in Nero dell'Aquila che con altre donne e associazioni, come gruppo donnEmanifestE stanno portando avanti da tempo un centro antiviolenza nella città. Il lavoro fatto finora rischia di andare distrutto come la loro sede che il terremoto ha ridotto in macerie; chiedono il nostro aiuto, possibilmente una campagna di solidarietà a favore del centro e sotto ci sono tutte le coordinate per farlo ma credo sia importante anche la nostra vicinanza, si potrebbe organizzare ad esempio un gruppo di solidarietà che si reca laggiù a visitare i luoghi e a sentire le loro esigenze, insomma si può fare molto, leggete il testo copiato sotto e datemi notizie, Patricia Tough, Donne in Nero Bologna

SOSTEGNO PER LA RIAPERTURA

DEL CENTRO ANTIVIOLENZA PER LE DONNE DELL’AQUILA

Il Centro antiviolenza per le donne della provincia dell’Aquila è un progetto iniziato circa due anni fa dal gruppo donnEmanifestE, composto da moltissime realtà di donne del territorio, associazioni, gruppi, movimenti, tra cui anche le Donne in Nero dell’Aquila.

Il Centro per diventare operativo, si è appoggiato presso i locali del Consultorio AIED, che partecipa al progetto, così come l’associazione Biblioteca delle donne, anch’essa ospitata negli stessi locali situati nel centro storico dell’Aquila.

Il Centro antiviolenza conta su circa venti donne del gruppo donnEmanifestE, che hanno garantito alle donne che si sono rivolte al Centro: consulenza gratuita legale, psicologica e medica, avvalendosi della collaborazione di psicologhe, di ginecologhe e di un'avvocata, con la copertura iniziale di un primo finanziamento da parte della provincia dell’Aquila.

Al Centro, in due anni di attività si sono rivolte moltissime donne italiane e migranti, vittime di violenza maschile, soprattutto domestica.

Dopo il terremoto la sede non è più agibile e tutte le donne del Centro vivono oggi la condizione di sfollate.

Nonostante questa difficilissima e dolorosa condizione, è convincimento di tutte le donnEmanifestE, l’urgenza di riaprire un luogo fisico per ridare visibilità al Centro antiviolenza, per riannodare i fili delle relazioni con le donne e per ricostruire un luogo di accoglienza e di scambio di vissuti per le donne, soprattutto in un momento come questo, nella morsa di una emergenza di vita, che spinge a chiudere in se stessi i nuclei familiari e rafforza i rapporti di potere tra uomini e donne al loro interno.

A fronte dell’incertezza dei tempi della ricostruzione, dell’entità dei fondi e della loro destinazione, la necessità prioritaria per il Centro è di ricostruire da subito un luogo, anche provvisorio e precario, ma riconoscibile per le donne, per poter riprendere la propria pratica e non perdere l'esperienza maturata finora.

La condizione di grande difficoltà di tutte le donne che hanno dato vita al progetto del centro antiviolenza, ci impedisce di far fronte da sole alla ripresa dell’attività del Centro, e per questo avremmo bisogno di un sostegno concreto attraverso una campagna di solidarietà per il Centro antiviolenza dell’Aquila.

Per inviare contributi:

c/c IBAN IT88S0501812100000000126343

tratto su Banca Popolare Etica

intestato a: Associazione Biblioteca delle Donne Melusine

Via delle Tre Spighe n°1, 67100 L'Aquila

Codice fiscale: 93005400663 Causale: emergenza terremoto Centro Antiviolenza.

Per info: Simona Giannangeli 3358305681

Valentina Valleriani 328/2424103

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Ciao a tutti/e,

a mò di curiosità vi vorrei mettere al corrente di come la nuova

giunta capitolina sta agendo a Roma riguardo la comunicazione nel

discorso sicurezza.

Qualche tempo fa una mia amica ha subito aggressione, per fortuna

senza grossi danni, alla stazione del treno di Villa Bonelli. La

polizia non ha accettato la denuncia (non c'era stupro né grossi segni

di violenza se non qualche livido) e quindi lei si è rivolta a un

avvocato per esporre denuncia contro ignoti. Inoltre ha scritto una

lettera al comune.

Qui allego la risposta "elettorale" dell'ufficio stampa del comune di

Roma con titolo "Il campidoglio risponde".

Lo faccio per riflettere sul fatto che, probabilmente a ogni episodio

di violenza, il comune istituzionalmente risponde in questo modo, con

evidenti richiami razzisti nei confronti di specifiche etnie (bonifica

campi ROM??? Che cosa sono, zanzare??? ). E le conseguenze di questo mi

sembrano evidenti.

Marco

Gentile XXX,

in primis spero possa perdonare il ritardo con cui rispondo alla sua

lettera, determinato dalla volont di rispondere al maggior numero di

cittadini che si rivolgono al Sindaco.

conoscenza del Sindaco, il quale, oltre a incaricarmi di esprimerle

rammarico e solidariet per lepisodio di cui stata vittima.

in tema di sicurezza, allo stesso modo, mi permetto di richiamare la

sua attenzione su alcuni iniziative gi concretamente assunte in

materia:

- Firma del Patto per Roma Sicura con Prefettura, Regione e

Provincia; in virt di ci si implementata la collaborazione interforze

ed stato garantito limpegno di 742 militari, nonch laumento degli

agenti delle Forze dellOrdine nel numero di 365 unit.

- Bonifica di 709 insediamenti abusivi di nomadi; abbattimento di

1.581 manufatti; identificazione di 2.221 persone.

- Ordinanza antiprostituzione e antidegrado, provvedimento che, tra

laltro, ha consentito di sottrarre al racket della prostituzione 58

minorenni.

- Lotta allabusivismo commerciale con il sequestro in 293 giorni di

314.341 articoli, lidentificazione ed il fermo di 6.097 persone, per un

totale di 717 denunce alla magistratura.

- Armamento della Polizia Municipale.

- Predisposizione del Piano Nomadi che consentir di razionalizzare e

controllare la presenza dei nomadi nella Capitale.

- Riduzione del 26% della media mensile dei reati.

La semplicit e la chiarezza di questi pochi numeri che le ho elencato

permettono a questa amministrazione di guardare con orgoglio al lavoro

gi fatto, seppur nella consapevolezza che ancora molto da fare.

Abbiamo la certezza, anche grazie al supporto di tutti i romani, di

cambiare veramente Roma e renderla ancora pi bella ed importante.

Nel ribadire limpegno del Sindaco ad operare proficuamente affinch si

pongano in essere tutte le soluzioni necessarie ed utili per migliorare

la vivibilit di Roma e la qualit della vita dei romani, colgo

loccasione per salutarla cordialmente.

Luca Panariello

Ufficio di Staff del Sindaco

Il Responsabile dei Rapporti con i Cittadini e le Associazioni

Via del Campidoglio, 1 00186 - Roma

Tel.. 06.67104207 Fax 06.67105574

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Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini

E' finalmente in libreria il volume Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini, di Nicoletta Poidimani (Sensibili alle Foglie., 2009). Questo volume nasce, come recita la quarta di copertina, "da una ricerca sulla genealogia della mentalità razzista in Italia; un lavoro di tessitura fra la storia dell'impresa coloniale nel Corno d'Africa, i dispositivi dell'immaginario di conquista, le biopolitiche di Mussolini nell'Impero e in territorio nazionale. L'originalità di questa ricerca consiste nell'evidenziare , anche da una prospettiva di genere, il convergere di diversi piani e codici comunicativi, cosi come di diverse discipline e saperi, nella costruzione della 'razza italiana' [...]. Oggi i vecchi e sperimentati dispositivi razzisti e de-umanizzanti formatisi in quegli anni si stanno riattivando sulla pelle di donne e uomini migranti e molte parole, proprie dell'ideologia di quell'epoca, si ripresentano nel linguaggio quotidiano, cosi come torna a riaffacciarsi sempre più prepontemente una concezione della donna e della famiglia di stampo clerico-fascista. L'auspicio è che questo lavoro possa essere non solo un contributo al contrastato e faticoso evolversi degli studi coloniali, ma anche uno strumento critico per conoscere questa parte della storia italiana e prevenire la ricaduta nell'orrore della barbarie fascista". Mentre una presentazione è in via di definizione (presto qui data e luogo), vi copio-incollo di seguito l' indice rinviando per intanto al sito dell'autrice per ulteriori dettagli.

I. DALL'IDENTITA' NAZIONALE ALLA 'RAZZA ITALIANA': GENEALOGIA DI UN'IDEA

1. Il razzismo fascista e la Difesa della razza 2. Dall'onore al 'prestigio di razza' 3. Romanità, arianità e destino imperiale 4. 'Razza italiana', confini territoriali e cittadinanza 5. Un futuro coloniale per gli emigrati 6. Dall'Italie delle 'due razze' alla conquista dell'impero 7. La costruzione della 'razza italiana' in territorio nazionale

II. COSTRUIRE L'IDENTITA' IMPERIALE: LA 'PUREZZA RAZZIALE' COME PROGETTO

1. Un'antropologia politica al servizio dell'impero 2.Volgarizzazione, mistificazione e propaganda 3. "L'impero fascista non può essere dei mulatti" 4. Il meticciato e i paradossi dell'identità razziale

III. AUT IMPERIUM, AUT VOLUPTAS: POLITICHE CONTRO LA PROMISCUITA'

1. "La legge nostra è schiavitù d'amore ..." 2. Dalla ipersessualizzazione all'invisibilità 3. Politiche sessuali e persecuzione delle unioni miste 4. Gli insabbiati e il meticcio Benito 5. 'Prestigio' e segregazione urbana 6. Uteri littori per la difesa della razza

Su ror mercoledì prossimo ci sarà la prima presentazione radiofonica del libro - Difendere la 'razza'.

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(ci potremmo fare uno spot… viene dalle milanesi)

SICUREZZA E' UNA CITTA' VIVA E LIBERA

SICUREZZA E' TANTE DONNE PER LE STRADE

SICUREZZA E' ARRIVARE A FINE MESE

SICUREZZA E' UN REDDITO NON PRECARIO

SICUREZZA E' UN TETTO SULLA TESTA

SICUREZZA E' NON ANNEGARE NELLO SMOG

PER TUTTO QUESTO L'ESERCITO E' INUTILE

SERVE SOLO A FARTI SENTIRE IN GUERRA

ANCHE MENTRE VAI AL MERCATO O AL LAVORO

FUORI I MILITARI DA MILANO

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Con Pillolissima 2009 libertà e autodeterminazione!

Bliz di studentesse e precarie negli ospedali di Roma: alla ricerca della pillola del giorno dopo Il 14 febbraio è il giorno degli innamorati: per questo ci siamo chieste se i rapporti amorosi tra giovani e meno giovani siano tutelati effettivamente con l’accesso a misure preventive e anticoncezionali. La scorsa notte i più grandi ospedali di Roma sono stati oggetto di un (...) Studentesse e precarie

La scorsa notte i più grandi ospedali di Roma sono stati oggetto di un blitz-inchiesta da parte di circa 50 studentesse (di alcune scuole di Roma e delle due università La Sapienza e Roma 3) e precarie. L’obiettivo è quello di tracciare una mappa di quegli ospedali in cui illegalmente si esercita l’obiezione di coscienza sulla contraccezione di emergenza. Verso le 22.00 piccoli gruppi di donne sono entrati contemporaneamente nelle sale dei pronto soccorso richiedendo la cosidetta "pillola del giorno dopo", che deve essere assunta entro le 72 ore dal rapporto sessuale ma la cui efficacia diminuisce col passare delle ore.

I dati raccolti la scorsa notte sono i seguenti. Il policlinico Gemelli e l’ospedale S.Pietro Fate Bene Fratelli non prescrivono la pillola. Difronte alle insistenze delle studentesse, il personale risponde che questi sono ospedali cattolici (come se si fossero dimenticati di essere convenzionati con lo stato italiano), giustificando, in questo modo l’omissione di soccorso. L’ospedale CTO rifiuta la prescrizione della pillola e al momento di rilasciare la dichiarazione del rifiuto, la dottoressa chiede di pagare il ticket di 25 euro, indirizzando poi la richiedente ad un altro ospedale per avere la prescrizione della pillola, dopo aver pagato un altro ticket.

I pronto soccorsi degli ospedali Policlinico Umberto I, San Filippo Neri, San Camillo Forlanini, S.Eugenio, Pertini e S.Giovanni prescrivono la pillola solo dietro pagamento del ticket di 25 euro. In particolare l’ospedale S.Eugenio viene indicato da più ospedali come il luogo in cui viene prescritta la pillola "senza problemi". Nel pronto soccorso del S.Giovanni viene negata in un primo momento a seguito di insistenze da parte delle studentesse, viene prescritta. allora direì che possiamo fare 3!

una via di mezzo ... Negli ospedali S.Andrea, Policlinico Casilino, Policlinico Tor Vergata si segnala la presenza di obiettori ma, allo stesso tempo, la possibilità di ottenere la prescrizione della pillola, anche se con tempi di attesa non prevedibili e sempre dietro il pagamento del ticket. Denunciamo l’omissione di soccorso e l’interruzione di un pubblico servizio degli ospedali, laddove è illegale che i medici ricorrano all’obiezione di coscienza. La contraccezione di emergenza infatti ha un effetto prefertilizzante e non abortivo, non prevede restrizioni d’uso (è un farmaco che rientra nella "classe 1" dell’ OMS) e deve essere prescritta senza diagnosi.

Ribadiamo inoltre che la salute deve essere un sevizio pubblico e gratuito per tutti e tutte, migranti e cittadini/e italiani/e: per questo riteniamo inaccettabile il costo del ticket (solo per farsi prescrivere una pillola) pari a 25 euro che devono essere sommate al costo del farmaco(circa 13 euro). La nostra azione è volta a rimettere al centro del dibattito pubblico la libertà delle donne nella gestione del proprio corpo, troppo spesso utilizzato strumentalmente per dare avvio a provvedimenti dettati dalla morale cattolica e che limitano la possibilità di scegliere una sessualità e una maternità consapevole. Per questo noi obiettiamo gli obiettori.

Tutte le donne devono avere accesso ad un’informazione laica e libera su sessualità e prevenzione, che agendo prima dell’emergenza educhi a una sessualità consapevole; a un sistema di welfare universale che consenta prestazioni sanitarie gratuite e servizi che ne sostengano l’autodeterminazione, a partire da consultori, asili pubblici e centri antiviolenza. La libertà e i diritti delle donne non saranno il prezzo da pagare in questa crisi. Né ora né mai.

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APRE (CON DUE ANNI DI RITARDO) IL POLIAMBULATORIO DI VIA VAIANO.

una via di mezzo ...

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12 MAGGIO - GIORGIANA

… se la rivoluzione d’ottobre

fosse stata di maggio,

se tu vivessi ancora,

se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio,

se la mia penna fosse un’arma vincente,

se la mia paura esplodesse nelle piazze,

coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,

se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,

se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita

nella nostra morte diventassero ghirlande della lotta di noi tutte, donne,

se …

non sarebbero le parole a cercare d’affermare la vita

ma la vita stessa, senza aggiungere altro.

12 MAGGIO, DEDICATO A GIORGIANA MASI

32 anni fa, il 12 maggio 1977 a Roma, la compagna Giorgiana Masi veniva assassinata dalle squadre speciali di polizia che il ministro degli Interni Francesco Kossiga aveva scatenato, insieme ai carri armati e ai divieti incostituzionali, per contrastare il Movimento 77 che rappresentava l’unica opposizione al compromesso storico tra DC e PCI e al tentativo di inaugurare la sciagurata politica dei sacrifici, anticipo di quello che diverrà l’attuale liberismo pervasivo. A Trastevere, al limitare di Ponte Garibaldi, Giorgiana Masi, una giovane compagna studentessa-media, veniva uccisa, assassinata dal piombo di Stato, che aveva già ucciso Francesco Lo Russo a Bologna l'11 marzo 1977 e ferito decine di altri compagni/e del Movimento '77.

Il 12 maggio 1977 a piazza Navona i Radicali ricordavano la vittoria del referendum per il divorzio. All’appuntamento in piazza Navona le femministe avevano organizzato anche una grande raccolta di firme per il referendum sull’aborto. Il Movimento tutto (con le tante sue anime) era riuscito a rompere i divieti di manifestare ed era partito in corteo, lasciando piazza Navona, resistendo e fuggendo alle ripetute cariche, ai lacrimogeni, attestandosi poi sulle barricate erette a Campo de Fiori, portandosi infine a Trastevere per evitare i rastrellamenti.

È lì che Giorgiana Masi fu uccisa. Per la prima volta, la polizia di stato sparò nel corteo e sparò ad altezza di persona. Nel corteo c’erano molto agenti di polizia infiltrati. L’ordine era quindi quello di sparare solo alle donne, per essere sicuri di non colpire un altro poliziotto. Nello stesso momento in cui fu colpita Giorgina Masi veniva colpita alla schiena, un’altra donna, Elena Ascione, fu colpita ad una gamba. Ecco la sua testimonianza: “A un certo punto una parte della polizia si è mossa verso ponte Garibaldi. Non potendo attraversare mi sono mossa in direzione di Piazza Sonnino ed è a questo punto che si sono sentiti colpi d’arma da fuoco provenienti esclusivamente dalla parte in cui stava la polizia. Non sono in grado di precisare se erano colpi di pistola o di mitra. Io mi sono messa a scappare e sono stata colpita subito, mentre ero con le spalle verso il ponte e restando colpita da sinistra. Non ero in grado di vedere altre persone che cadevano. Erano circa le 20.”

Vogliamo ricordare Giorgiana, tributarle la testimonianza delle attuali battaglie per i diritti-bisogni negati, per le libertà civili e la giustizia sociale, contro l'oppressione delle istituzioni totali, le derive securitarie e il razzismo, il militarismo.

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volantino magdalena

LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE NON HA NAZIONALITA', LA FANNO GLI UOMINI

"PERCHE' UN MASCHIO ITALIANO NON PUO' ESSERE FEDELE" HA DETTO ALESSIO AMADIO, ITALIANO E STUPRATORE DI UNA DONNA RUMENA

Magdalena, 38 anni rumena, lo scorso 13 maggio alle 6.30 del mattino ha subito un'aggressione e uno stupro, costantemente sotto la minaccia di un'arma da taglio, da parte di Alessio Amadio, un uomo italiano di 40 anni. Lo stupro è avvenuto nel call center dove Magdalena lavorava come addetta delle pulizie. Alessio Amadio ai primi di giugno era agli arresti domiciliari. Alla fine di settembre era a piede libero.

Questo caso non ha avuto spazio sui media perché è scomodo sottolineare che una donna rumena ha subito violenza da un uomo italiano di classe media. Perché questo caso rovescia completamente la 'regola' su cui hanno costruito il pacchetto sicurezza, per cui è lo "straniero" a mettere a rischio la sicurezza delle donne italiane.

A chi strumentalizza la violenza contro le donne per fini razzisti e per giustificare leggi repressive, diciamo che gli stupratori non hanno nazionalità, l'unica cosa che li accomuna è che sono tutti uomini. Magdalena è stata stuprata da un italiano mentre lavorava. Lui Alessio Amadio, non è stato additato come mostro o minaccia per la sicurezza nazionale. Lui ha potuto rivendicare la violenza dichiarando "un maschio italiano non può essere fedele", quindi non può controllare le proprie pulsioni. Di conseguenza sarebbe nella natura delle donne dover subire, possibilmente in silenzio e senza difendersi, dagli eccessi della "virilità" maschile.

Infatti nelle vergognose motivazioni alla sentenza per lo stupro e l'omicidio di Giovanna Reggiani si legge "La Corte (…) non può non rilevare che sia l'omicidio, sia la violenza sessuale (…) sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori contingenti: lo stato di ubriachezza e di ira per un violento recente litigio sostenuto dall'imputato e la fiera resistenza della vittima…In assenza degli stessi (i due fattori contingenti) l'episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi".

Le istituzioni sostengono e alimentano la cultura dello stupro, ritenendolo così "naturale" e inevitabile da chiedere alle donne di subirlo per salvarsi la vita. In quanto donna Giovana Reggiani è colpevole di non essere stata una brava vittima.

Magdalena è stata licenziata perché stuprata dal compagno della sua datrice di lavoro. Il Comune di Roma ha sfruttato la vicenda mediaticamente, dichiarando sui giornali che si sarebbe costituito parte civile - fatto mai accaduto - e che le avrebbe offerto un altro posto di lavoro. Dopo mesi di silenzio e senza aver fornito alcun sostegno, a Magdalena è stato offerto dal Comune un posto di lavoro ad ArciConfraternita, con contratto di 3 mesi, dove è continuamente esposta a molestie maschili. La "normalizzazione" della cultura dello stupro richiede alle donne di dover sopportare le molestie sessuali anche in un caso come quello di Magdalena. E solo per mantenere un lavoro mal pagato e precario.

Contro le logiche che ci vogliono deboli e sottomesse per poterci meglio sfruttare affettivamente, economicamente e sessualmente noi rispondiamo che continueremo a difenderci, a lottare e a denunciare con rabbia, perché non solo le donne a doversi vergognare per le violenze degli uomini.

Assemblea romana di femministe e lesbiche

sommosse_roma@inventati.org

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POESIA: ELENA SCOTI

Come è avvenuto l’ incontro con la poesia?

Quanto peso ha avuto, se ne ha avuto, la tua militanza politica nello scegliere questa forma di

espressione?

La raccolta contempla un periodo abbastanza lungo, che va dagli anni 60 al 2000. Come è cambiato

il tuo rapporto con la poesia negli anni, di cosa si è nutrito negli anni?

Il titolo che hai scelto per la tua raccolta di poesie mi ha molto colpito: da dove è nato?

Le tue poesie riescono a parlare del quotidiano senza banalizzarlo; sono molto concrete, intime,

eppure non si riducono al mero privato, nel senso che riescono a indagare con occhio attento

anche il mondo che ci circonda. Come sei riuscita in questo equilibrio?

Leggendo le tue poesie, quello che colpisce è come giochi con le parole, sia a livello

linguistico, ma anche a livello “grafico”: questo suscita delle sensazioni in chi ti legge. per

esempio la poesia sui fatti di Genova è molto intensa anche per questo tuo “sparpagliare le

parole”: mi ha suscitato una sorta di spaesamento, che è lo stesso spaesamento che abbiamo

provato quando quelle cose le abbiamo viste, le abbiamo vissute. Ci parli di questo aspetto del

tuo fare poesia?

RECENSIONE

Ho letto un libro dallo strano titolo: Armori. Non ho cercato di approfondire meglio il perché

del titolo, perché per me, questo ha un'importanza relativa, dato che mi preoccupo di più di

guardare al contenuto del libro. E, cosa che mi capita molto raramente, appena letta la frase che

chiude l'insieme di-questa raccolta poetica: "M'agguantano le cose l'aria le creature", mi è

sembrato che strane voci si spegnessero in misteriosi sussurrii e immagini si dissolvessero

lentamente, mentre la mia proverbiale insonnia, inaspettatamente, stava cedendo, trasformandosi

in un paricolare "dormiveglia" che mi stava incanalando, quasi per magia, in un ovattato silenzio

colmo di un incomprensibile bisbiglio. Restai per un po' immobile, chiedendomi il perché mi stava

accadendo questo... Poi, tutto tornò alla normalità. E sorridendo, mi dissi che, forse, in queste

pagine avevo sentito i respiri e le inquietudini di tanti sentimenti messi insieme, scoprendo

così che Armori, era un'interpretazione che stabiliva l'idea di suoni, di armonie nascoste, di

immagini particolari, esistenti come tramiti di contenuti d'interiorità. Il senso sorgivo e

poetico che hanno le frasi così intense, mi hanno incuriosito ed affascinato e quindi, ho capito

che una tale ricchezza poetica, fosse sicuramente raggiungere le pieghe più segrete dell'anima

altrui. Perché il fascino dell'autrice, consiste nel gioco dinamico ed estroso delle parole,

nell'allusione che sconfina in una sorta di fervore intimo, con il quale sa esprimere ciò che ha

"dentro", lasciando una ben visibile e palpabile traccia di sentimenti morbidi ma nel contempo

anche forti, brucianti, sensuali, che trasmettono tutte le intermittenze dell'anima, con il

positivo esito di una sua perfezione espressiva, dimostrando che non rinuncia al suo virtuosismo,

ma lo rende più vivo anche nelle forme più ardite. E come fosse coinvolta in una particolare

ispirazione, la poetessa Elena Scoti si lascia trascinare da una concezione concettuale e

trascendentale insieme e s'immerge nel dilemma del dubbio ma anche delle certezze umane. E nel

suo discorso poetico, tutto diviene qualcosa di molto intimo, si rivela come un colloquio che

ella ha con la sua stessa figura femminile, che quasi diventa il simbolo stesso del suo essere,

del suo esistere. Le liriche contenute in Armori, si affermano – sicuramente con la volontà

dell'autrice – col carattere soprattutto del linguaggio, un linguaggio che si snoda tra luci ed

ombre e in un'area che cela un vago senso di mistero, in modo che la poesia, possa anche essere

usata come mezzo trainante e dare così, a questa poesia un po' particolare, una voce sonora.

L'autrice, in questa sua prima raccolta, ha riunito poesie di anni recenti e poesie sicuramente

scritte in gioventù, considerato che molte risalgono ai lontani anni '60. Ma imponendo a se

stessa una personale tecnica, la Scoti riesce ad amalgamare in modo perfetto la diversità epocale

del tempo, costruendo un filo discorsivo leggermente enigmatico ma estremamente compatto e

coinvolgente, proprio per questo costringere il lettore a non effettuare una lettura superficiale

ma approfondirla e a partecipare più attivamente a tutto il suo dire, assolutamente

sorprendente!

Flavia Lepre

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L’altra metà dell’Islam

di Margot Badran - Testata: Guardian

Il cosiddetto “femminismo islamico” si propone come una forza che appoggia la nozione di uno

Stato “laico ma non ostile alla religione”, e che si fa portavoce di un Islam egualitario, ma

anche della possibilità di dialogare sui valori condivisi fra le diverse religioni e fra Oriente

e Occidente – sostiene Margot Badran

Vi è una crescente tendenza tra i musulmani, in particolare tra le donne, ad allontanarsi

dall’Islam patriarcale ereditato dal passato, in favore di un Islam egualitario. Questo

cambiamento sta avvenendo sia nelle società musulmane più antiche che nelle recenti comunità

musulmane in Occidente. Oramai da due decenni, alcune ricercatrici parlano della parità tra

uomini e donne che esse trovano nel Corano. Le attiviste utilizzano questa lettura egualitaria

del testo sacro per spingere verso nuovi comportamenti sia le famiglie che la società, e per

sostenere la riforma delle leggi musulmane riguardanti la famiglia. Questa combinazione di

impegno intellettuale e attività militante emersa in diverse parti del globo è stata chiamata

femminismo islamico.

Il femminismo islamico respinge la dicotomia tra Oriente e Occidente, tra “secolare” e

“religioso”. Queste dicotomie sono state alimentate dal colonialismo, e poi politicizzate dai

movimenti islamici, come identità implacabilmente avverse. Il femminismo islamico insiste sulla

separazione tra religione e Stato, sostenendo decisamente la nozione di “Stato laico”. Laico, in

questo caso, non è sinonimo di uno Stato non religioso o anti-religioso. Lo Stato laico

tipicamente garantisce la libertà religiosa. Quando le persone si definiscono come laiche o

laiciste, questo non significa di per sé che siano non religiose o anti-religiose.

I musulmani, come gli altri, in misura sempre maggiore sperimentano la vita in diversi luoghi,

spostandosi permanentemente o temporaneamente in diversi paesi e continenti. In questo processo,

vengono modellati da diverse culture, e si identificano con esse. Il femminismo islamico aiuta le

persone a mediare tra le molteplici identità che noi tutti possediamo, anche nel contesto di una

singola cultura. Ad esempio, una persona può aver bisogno di comprendere la parità di genere

all’interno di un contesto islamico e/o di un contesto laico, oppure di ideali condivisi che non

sono tipici di un’unica religione. Una musulmana che desideri parità di accesso allo spazio

rituale islamico porterà avanti argomenti religiosi. Una musulmana che desideri pari opportunità

educative all’interno delle istituzioni pubbliche in uno stato laico farà uso di argomenti laici.

Quanto più l’Islam egualitario guadagna terreno, tanto più è aggredito dai musulmani conservatori

– siano essi leader religiosi, portavoce della comunità autonominatisi tali, o seguaci dell’Islam

politico (islamismo). Questo sta accadendo sia nelle antiche società musulmane in Africa e in

Asia, sia nelle nuove comunità in Occidente, a causa di coloro che sostengono una versione

patriarcale dell’Islam che essi pretendono essere il vero Islam. Nel frattempo, la maggior parte

dei non musulmani, compresi i progressisti, diventano sostenitori di questa interpretazione, che

vede l’Islam come intrinsecamente patriarcale. In tal modo essi, attraverso la loro ignoranza,

contribuiscono a creare problemi alle donne.

Conferenze internazionali sul femminismo islamico, come quelle recentemente svoltesi a Barcellona

e ad Oxford, costituiscono importanti forum per lo scambio di esperienze e di idee, per il

dibattito, e per ideare delle strategie. Le due conferenze hanno ospitato oratori e partecipanti

provenienti da tutto il mondo: studiosi e attivisti, musulmani e non-musulmani, donne come anche

uomini. Questo tipo di “networking”, di condivisione di nuove interpretazioni dell’Islam, di

dibattiti faccia a faccia, e di collaborazioni, è essenziale per far progredire la causa di un

Islam egualitario di fronte alle forze patriarcali sia laiche che religiose all’interno delle

società e delle comunità musulmane, tanto più che queste forze sono tipicamente colluse. Le

politiche di ispirazione multiculturale nei paesi occidentali, basate su interpretazioni

patriarcali dell’Islam, spesso rendono le donne vulnerabili rafforzando il dominio degli uomini

su di esse, e talvolta anche lasciando correre pratiche violente sulla base del fatto che esse

farebbero parte della religione.

Le femministe islamiche comprendono la necessità di lavorare sia all’interno della comunità

musulmana che con persone di altre religioni. Recentemente su questo giornale, Tariq Ramadan, in

un contesto interreligioso (e specificamente, nel contesto del dialogo fra musulmani e

cattolici), ha parlato dell’importanza di un “dialogo costruttivo sui nostri valori condivisi”.

Il femminismo islamico può dare un grande contributo alla promozione di valori condivisi e, in

particolare, per garantire che questi valori condivisi siano valori egualitari e non dottrine

patriarcali. http://www.arabnews.it/2008/12/20/l%E2%80%99altra-meta-dell%E2%80%99islam/


COSE SEMPRE UTILI...

È on line la guida al processo di Perugia, per il femminicidio di Barbara Cicioni

http://www.deltanews.it/evidenza/giugno08/1806082.htm

E' uno strumento pensato per rendere comprensibile a tutte le donne e lesbiche l'importanza

politica della partecipazione al processo e del presidio come strumento di consapevolezza e di

azione politica volto a sottolineare la natura pubblica e non privata degli atti di violenza

maschile su donne e lesbiche e la nostra non passività davanti agli stereotipi che anche nelle

aule processuali possono essere talvolta riprodotti.

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Mie care, penso che un atto concreto, visibile per far sentire al Vaticano e complici la nostra

forza, potrebbe essere LO SBATTEZZO. Io l'ho fatto: all'inizio la razionalità ha dovuto lottare

con la tradizione e l'infanzia ma alla fine,assieme alla rabbia, ha vinto. Se si decide, per dare

più forza al gesto si può fare come campagna parallela a obbiettiamo gli obbiettori.

autodeterminazione contro cui davvero non possono ( per ora) fare nulla. Un grande abbraccio.

Mariella.( bologna)

Unisco il modulo per la richiesta, è davvero semplice.

Chi conosce la parrocchia presso la quale si è stati battezzati deve semplicemente scrivere una

lettera al parroco con la quale si chiede che sia annotata la propria volontà di non far più

parte della Chiesa cattolica. La lettera deve essere inviata per raccomandata a.r. allegando la

fotocopia del documento d’identità. Non è necessario fornire alcuna motivazione. Disponiamo di

una lettera modello, scaricabile in formato *.RTF (e modificabile a piacimento secondo le proprie

esigenze); ne è altresì disponibile una versione in formato *.PDF. Se non si è subita né la prima

comunione né la cresima, inoltre, si può provare a inviare alla parrocchia un modulo (*.RTF;

*.PDF), recentemente sperimentato con successo, contenente la richiesta di prendere nota che non

si è mai stati cattolici. Se non si conosce la parrocchia, la prima strada è quella di fare una

ricerca sul portale parrocchie.it: qualora vi fossero dubbi tra più parrocchie si può provare a

chiedere un aiuto a soslaicita@uaar.it . Qualora l’esito fosse infruttuoso bisogna inviare una

richiesta al parroco dove è stata impartita la prima comunione (a partire dal 1984) o la cresima,

chiedendogli di provvedere all’annotazione della richiesta sui documenti che attestano la

somministrazione di questi sacramenti. In alternativa, se ci si è sposati con il rito

concordatario, si può anche inviare una richiesta alla parrocchia delle nozze, chiedendo di

conoscere la parrocchia di battesimo. “Sbattezzarsi” è rapido e semplice. Nel caso, piuttosto

raro, che vengano frapposti degli ostacoli, consigliamo di consultare le FAQ (anche in formato

RTF), che contengono le risposte alle domande più ricorrenti sull’argomento: qualora i dubbi

persistano, potete inviare un messaggio a soslaicita@uaar.it per ottenere una consulenza

sull’argomento. Ricordiamo che - in mancanza di risposta da parte della parrocchia - è possibile

presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali. Tutti i ricorsi presentati

finora si sono conclusi con esito positivo.

Raccomandata A/R

data …………………………

OGGETTO: istanza ai sensi dell'art. 7 del Decreto Legislativo n. 196/2003.

Io, sottoscritt ……………………………………..., nat a ………………….………..., il ………………..…..., residente a

……………………………………………..………....., con la presente istanza, presentata ai sensi dell'art. 7, comma 3,

del Decreto Legislativo n. 196/2003, mi rivolgo a Lei in quanto responsabile dei registri

parrocchiali.

Essendo stat_ sottopost_ a battesimo nella Sua parrocchia, in una data a me non nota ma

presumibilmente di poco successiva alla mia nascita, desidero che venga rettificato il dato in

Suo possesso, tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile

volontà di non essere più considerat_ aderente alla confessione religiosa denominata "Chiesa

cattolica apostolica romana".

Chiedo inoltre che dell'avvenuta annotazione mi sia data conferma per lettera, debitamente

sottoscritta.

Si segnala che, in caso di mancato o inidoneo riscontro alla presente istanza entro 15 giorni, mi

riservo, ai sensi dell'art. 145 del Decreto Legislativo n. 196/2003, di rivolgermi all'autorità

giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali.

Ciò, in ottemperanza del Decreto Legislativo n. 196/2003 (che ha sostituito, a decorrere

dall’1/1/2004, la previgente Legge n. 675/1996), in ossequio al pronunciamento del Garante per la

protezione dei dati personali del 13/9/1999 ed alla sentenza del Tribunale di Padova depositata

il 29/5/2000.

Si diffida dal comunicare il contenuto della presente richiesta a soggetti terzi che siano

estranei al trattamento, e si avverte che la diffusione o la comunicazione a terzi di dati

sensibili può configurare un illecito penale ai sensi dell'art. 167 del D.lgs. n. 196 del 2003.

Si allega fotocopia del documento d'identità.

Distintamente.

[AVVERTENZA: prima di inviare la richiesta è indispensabile leggere le informazioni pubblicate

sul sito dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (www.uaar.it) nella sezione

Laicità, scheda Sbattezzo, para¬grafo “Cosa bisogna fare per non essere considerati più

cattolici?”]

.......................

OBIETTIAMO GLI OBIETTORI

è stato creato il blog della campagna: http://ogo.noblogs.org/

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Dal 5 luglio, il primo giovedì di ogni mese, una marcia silenziosa

Donne di sabbia contro il femminicidio di Ciudad Juarez.

Non cessano a Ciudad Juarez, in Messico, le violenze contro le donne. Dal 1993 sono oltre 600

(più di 70 nel 2007) quelle rapite e scomparse nel nulla, circa 460 sono state ritrovate morte

dopo essere state violentate e torturate. Giovani lavoratrici (ma anche bambine) della

maquilladoras, fabbriche di assemblaggio che utilizzano manodopera a basso costo al confine con

gli Stati Uniti, sono vittime di questa guerra di bassa intensità per il solo fatto di essere

donne. Tante le ipotesi ma va consolidandosi che, oltre al disprezzo della persona, queste donne

siano vittime delle prove di ammissione richieste a chi voglia inserirsi nelle bande mafiose che

costituiscono uno dei più forti cartelli della droga.

L’Associazione Nuestras Hijas de Regreso a Casa (www.mujeresdejuarez.org, sotto la voce eventos),

da anni impegnata nella lotta per avere giustizia e porre fine a quest violenze, dal 5 luglio

(riproponendola il primo giovedì di ogni mese) organizzerà a Ciudad Juarez una marcia di protesta

silenziosa. Per lo stesso giorno, l’Associazione invita tutte le persone sensibili a questo

problema ad aderire a questa “Giornata contro il femminicidio” partecipando alle iniziative già

avviate o promuovendo una protesta silenziosa presso ambasciate e consolati messicani o facendo

altre manifestazioni (politiche o artistiche) tese a coinvolgere l’opinione pubblica su questo

dramma.

Monica Livoni Larco con Adelaide Colher Pereira, Oriana Fruscoloni, Anna Ottone, Patrizia

Papandrea e Gianfranco Mulas, aderisce alla “Giornata contro il femminicidio” portando in scena

“Donne di sabbia” di Humberto Robles, una lettura-testimonianza con testi di Antonio Cerezo

Contreras, Denise Dresser, Malú García Andrade, María Hope, Eugenia Muñoz, Marisela Ortiz e Juan

Ríos Cantú. Lo spettacolo si terrà giovedì 5 luglio al Circolo Eridano, Corso Moncalieri 88, alle

ore 21.30 con ingresso libero.

Per lo stesso giorno è confermata l’adesione alla “Giornata contro il femminicidio” delle Donne

in Nero di Roma e a Montevideo (Uruguay) si svolgerà un’analoga iniziativa.

Per ulteriore informazione sullo spettacolo/denuncia "Donne di Sabbia" (rassegna stampa):

mll2000itza@libero.it

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Fuori della norma Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del Novecento

A cura di Nerina Milletti e Luisa Passerini

Con questo libro la storiografia italiana inserisce per la prima volta nella storia del nostro

Novecento anche le voci delle donne che trasgredivano alla norma eterosessuale. In questo senso,

dunque, donne eccezionali e, in quanto tali, fuori della norma esse stesse.

Sei autrici (Elena Biagini, Alessandra Cenni, Nerina Milletti, Nicoletta Poidimani, Gabriella

Romano, Laura Schettini), coordinate da Nerina Milletti e Luisa Passerini, tratteggiano

personaggi e documentano singoli episodi emblematici della storia, finora ignorata, del lesbismo

in Italia nella prima metà del secolo scorso.

Recensione:

L'amore tra donne in Italia non fu soltanto negato o non visto, ma se ammesso era considerato

irrilevante come realtà umana e culturale. Su questa base si giustifica l'originalità di questo

libro nel panorama nazionale: «il primo libro sulla storia lesbica italiana del Novecento».

Apre il libro il ritratto di Cordula (Lina) Poletti, studentessa femminista di Ravenna.

Alessandra Cenni delinea l'intensa vicenda amorosa intercorsa negli anni 1909-10 tra Sibilla

Aleramo, scrittrice affermata, e la giovane «libera e indomita», una delle prime lesbiche

dichiarate e fiere di esserlo, Dopo la fine dell'amore con Aleramo, Lina Poletti visse un'altra

storia tumultuosa con Eleonora Duse. Cenni riconosce a Lina Poletti il merito di aver contribuito

a salvaguardare, con la sua vita e le dichiarazioni nelle lettere, l'originalità dell'esperienza

lesbica, trasmettendo questo retaggio anche al futuro.

Gabriella Romano ci presenta quattro storie di vita di donne lesbiche, nate tra il 1905 e il

1925, portando su di loro uno sguardo allenato alla visualità dalla sua pratica di lavoro

multimediale, con film, programmi radio, giornali e televisione. Il suo saggio è basato su diari

e interviste orali non solo alle donne studiate, ma anche ad alcune persone intorno a loro.

Nietta Aprà è ritratta a Milano negli anni Trenta. Nietta era considerata «molto moderna» per il

suo atteggiamento, che includeva l'abitudine di guidare l'automobile; con un gesto significativo,

fu sepolta con i pantaloni, facendola così uscire in extremis dal non detto.

La tensione tra parola inadeguata e desiderio si ritrova anche nelle sette donne intervistate da

Elena Biagini. nate tra il 1922 e il 1931 in ambienti sociali differenti: alta borghesia,

proprietari terrieri e mezzadri. I ricordi costituiscono un corpus di memoria in cui Biagini

individua le ricorrenze a proposito dell'ambiente familiare - in particolare i rapporti con le

madri, subordinati ma non repressivi, dell'uso del tempo libero, dell'abbigliamento. Nell'Italia

fascista, l'occasione migliore di incontro era il cinema pomeridiano, ma anche l'oratorio poteva

offrire occasioni, e lo sport svolgeva per alcune un ruolo liberatorio.

Nerina Milletti legge i rapporti di polizia per studiare l'incontro tra la soggettività lesbica e

la repressione esercitata dal regime fascista attraverso tre casi di condanna al confino.

Fernanda B., una signora della media borghesia perugina, è condannata al confino nel 1928 per la

sospetta relazione che intratteneva da anni con la moglie di un notissimo medico. Essa non scontò

mai la pena perché dopo un rinvio per ragioni di salute il provvedimento venne revocato. Gli

altri due casi riguardano due prostitute di Roma, Agata F., e Giuseppina S., inviate entrambe nel

1938 al confino nella provincia di Nuoro, . Mentre non sappiamo nulla dell'aspetto fisico di

Fernanda B. e della sua amica, se non che mostravano di essere «la più genuina espressione della

femminilità» e di amare «l'abbigliamento più squisitamente femminile», sappiamo molto dei corpi

delle prostitute, dettagliati da minuziose descrizioni, foto segnaletiche e impronte digitali. Il

contesto giuridico e sociale delle vicende illuminate dall'autrice ci aiuta comprendere la

specificità dell'oppressione fascista, «la coercizione dell'eterosessualità obbligatoria come

pilastro di quell'ordine patriarcale» di cui il fascismo rappresenta una declinazione

particolare.

Laura Schettini osserva come dei casi di «matrimoni travestiti» avvenuti all'estero, in alcuni

anni tra il 1900 e il 1950, siano presentati in un'ottica "popolare "da una campionatura di

quotidiani come «Il Messaggero», «Il Secolo», «La Gazzetta del Popolo», «Roma». Un interessante

confronto è poi costruito dall'autrice tra questa sfera dell'immaginario e la letteratura

scientifica positivistica, che nello stesso periodo mostra un nuovo interesse per documentare e

«misurare» varie forme di «inversione». Le pubblicazioni studiate da Schettini descrivono casi di

giovani travestite (per esempio una diciannovenne di Genova nel 1908 e Soccorsa, la quindicenne

napoletana del 1912) come devianti dalla norma e tendenti al mostruoso.

Nicoletta Poidimani, di formazione filosofica, opera una rilettura della rivista «La difesa della

razza» che le consente di individuare il passaggio dall'antropologia criminale all'antropologia

politica presentata nel Manifesto del Razzismo Italiano come strumento di disciplina delle

relazioni interrazziali in concomitanza con la nascita dell'impero fascista. L'autrice interpreta

anche le reazioni italiane al il film tedesco «Mädchen in Uniform» di Leontine Sagan del 1931,

oggi considerato il primo film lesbico della cinematografia mondiale. il tema del desiderio non

conforme all'eterosessualità normativa ci riguardi tutte e tutti, e non solo in quanto ci tocca

da vicino la storia di ogni singolo gruppo oppresso.

Il divieto delle relazioni amorose tra donne era innanzitutto diniego, così che il rapporto

lesbico era costretto ad essere indicibile. Ma il rifiuto di nominare e di nominarsi da parte

delle donne protagoniste della storia lesbica può essere compreso, alla luce del costante

tentativo da parte del regime di esorcizzare lo spettro dell'omosessualità e dell'alleanza tra

donne. anche come una forma di resistenza culturale.

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SFRATTO CONSULTORIO PAVONA

Sembra impossibile, ma stanno sfrattando il consultorio di Pavona, comune di Albano. Il

proprietario dei locali, certo dott. CAMERUCCI, farmacista in Pavona, ha mandato l’ufficiale

giudiziario. La ASL RMH non paga l’affitto (si dice 3.000 euro, o di più…) da un anno. Lo sfratto

è per il 9 maggio, ore 8, via Bologna, Pavona. La storia però è molto più lunga, lo testimoniano

i nostri volantini. È dal 1997 che, in un modo o nell’altro, si cerca di eliminare dal territorio

di Pavona (quasi 10 mila residenti) la sede consultoriale. Ogni volta però l’assemblea delle

donne dei consultori ASL RMH, con la partecipazione di tantissime utenti e le operatrici, ha

impedito che questo si realizzasse. Anche stavolta, la risposta delle donne alla provocazione

della dirigenza sanitaria è stata immediata:il consultorio di Pavona non si sfratta! A questo

grido più di 40 donne, molte incinte, il 29 marzo scorso si sono riunite al consultorio di Pavona

decidendo si andare in massa dal direttore generale della ASL RMH dott. MINGIACCHI. Stamattina,

le stesse donne, con amiche e bambini al seguito, sono arrivate davanti la sede della ASL in

Albano Laziale, con volantini, striscione e manifesti. Poi siamo salite ai piani alti degli

uffici della dirigenza e, senza attendere l’invito ad accomodarci….siamo entrate tutte insieme

nell’ufficio del manager! Davanti a noi il direttore generale, il direttore sanitario dott.

CICOGNA(quello che si nega sempre quando chiediamo un appuntamento!), un segretario (?) e varie

segretarie allibite. La riposta è stata che NON HANNO SOLDI, che chiederanno un rinvio per lo

sfratto, che aspettano dei pagamenti e che solamente un locale messo a disposizione dal comune

potrebbe risolvere la situazione. L’assemblea non è stata contenta delle risposte e si è

trasferita in massa al comune, dove ha placcato il sindaco di Forza Italia dott. Marco MATTEI che

ha dovuto ricevere nell’aula consiliare quella numerosissima delegazione di massa, cioè TUTTE le

donne presenti! È stato chiesto di utilizzare un grande spazio pubblico a Pavona, villa

Contarini, ristrutturata e inutilizzata da anni, oppure alcuni locali al pianterreno di edifici

pubblici in zona popolare. È stato minacciato un presidio antisfratto di donne e utenti davanti e

dentro il consultorio per la data dello sgombero, con quanto di disagio e di problemi per

l’ordine pubblico che una manifestazione di questo tipo comporta. Il sindaco intanto chiederà un

rinvio dello sfratto. Nel frattempo è stato decisa la data per un prossimo incontro congiunto tra

direttore generale, sindaco, dott. Camerucci e assemblea delle donne dei consultori per il 12

aprile ore 10 presso il comune di Albano. In quella data dobbiamo essere ancora tante e non

lasciare l’eventuale “merito” della risoluzione del problema a manager trafficoni o sindaci

populisti e fascistoidi.

VOLANTINO CONSULTORI

I CONSULTORI NON SI TOCCANO …A PAVONA NON SI CHIUDE!

Il 9 maggio il consultorio di Pavona sarà sfrattato. La direzione ASL non ha trovato un accordo

con il proprietario dello stabile, dott. CAMERUCCI; quindi o si paga o si devono per forza

trovare altri locali. Ovviamente, meglio quelli pubblici, tipo villa Contarini. Intanto però

tutto questo che significa? Che il consultorio chiuderà e operatrici e utenti saranno spostate

momentaneamente ad Ariccia, come successo in passato, in attesa di nuovi locali che non si sa

quando e se verranno trovati. Sono anni che cercano di togliere di mezzo il consultorio a Pavona

e che noi dell’assemblea delle donne ci battiamo perché ciò non accada. Dobbiamo chiederci perché

un servizio di prevenzione gratuito come il consultorio deve essere sempre a rischio

trasferimento o chiusura: forse perché non produttivo economicamente o non utile alla carriera

per i dirigenti? O perché sostiene le libere scelte femminili nella sessualità, dalla pillola del

giorno dopo all’interruzione di gravidanza, per esempio? IL CONSULTORIO A PAVONA C’È E VOGLIAMO

NON SIA TOCCATO! MUOVIAMOCI IN MASSA PER RISOLVERE UNA VOLTA PER TUTTE IL PROBLEMA! LUNEDI 2

APRILE ’07 ORE 10 DAVANTI LA SEDE ASL RMH PER INCONTRARE LA DIRIGENZA

(06.9310634 -338.1462821)

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CENTRO HUESERA

Con la presente Le comunichiamo la ripresa dello sportello di ascolto del Centro Huesera. Gli

orari e giorni di apertura mese di Settembre sono il Lunedi-Mercoledi- Venerdi dalle ore 9.00

alle 13.00, il Martedi e il Giovedi dalle 17.00 alle 20.00. Gli orari e i giorni di avvio dello

sportello legale e della consulenza Psicologica veranno comunicate nel mese di ottobre

Le ricordiamo che il Centro Huesera della cooperativa O.Sa.La. opera da diversi anni nel

territorio del V° Municipio sulla prevenzione del disagio di Genere e la promozione del benessere

della comunità.

CENTRO HUESERA coop. O.Sa.La. Via di Portonaccio, 80 00159 Roma tel - fax 064386167 e-mail

huesera@tiscali.it

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BUY NOTHING DAY 2006

Every November 25, for 24 hours, we remember that no one was born to shop, we make a small choice

to participate by not participating. We call it Buy Nothing Day, and judging by the huge

successes seen all across the globe last year – with thousands of activists and fed-up citizens

taking part in dozens of countries – this year’s festival of restraint could be the biggest yet.

If you’ve never taken part in Buy Nothing Day, or if you’ve taken part in the past but haven’t

really committed to doing it again, consider this: 2006 will go down as the year in which

mainstream dialogue about global warming finally reached its critical mass. What better way to

bring the Year of Global Warming to a close than to point people in the direction of real and

effective alternatives to the unbridled consumption that has created this quagmire?

Email us at BND [at] ADBUSTERS [dot] ORG as your plans, posters and photos start to come

together. We’ll try to feature the best and brightest right here as this year’s BND takes shape

here. In the meantime, take a moment to check out our wrap-up of BND 2005 below to see if you can

get inspired.

http://adbusters.org/metas/eco/bnd/

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Sono in contatto con loro. Le sentiremo la prossima settimana, perciò, se c'è troppo materiale,

lasciatelo perdere! Olga

CONSULTORIO DI VIA CASTELVETRO: prognosi riservata

Pensate al luogo di lavoro ove passate le vostre 12 ore senza contratto e senza tutele sulla

vostra salute, pensate alla scuola senza impianto anti-incendio dove portate vostro figlio ogni

giorno, pensate all'aula universitaria ove studiate come topi in trappola, pensate a certi uffici

pubblici dove in coda per ore contate annoiati le crepe e i fili elettrici penzolanti...

Bene, tutte queste situazioni e molte altre vivranno forse anche dopo il 30 novembre 2006, tranne

due: il consultorio di Via Castelvetro e quello di Via Poma.

Per anni dichiarati inagibili per carenze strutturali, minacciati di chiusura nel 2005 per

assenza di requisiti di accreditamento, prorogati di un anno fino al 30 novembre 2006, sono stati

appositamente dimenticati ed ora condannati senza che in tutto questo tempo qualcuno abbia

trovato una soluzione, ristrutturazione o trasferimento in zona che sia: ASL, Regione Lombardia,

Comune di Milano, Consiglio di Zona.

Un domino di scarichi di responsabilità porranno un'altra volta la parola "fine" a suggello della

fossa in cui la Sanità Pubblica Lombarda viene progressivamente seppellita viva.

Ed ora pensate ad una Zona di Milano, la Circoscrizione 8, e pensate ai suoi 180.000 abitanti Due

soli Consultori Familiari (via Castelvetro e via Aldini) a servizio di più di 90.000 donne

sebbene la legge Regionale 34/96 ne imponga 1 ogni 20.000 abitanti: educazione sessuale,

contraccezione, gravidanza e nascita, interruzione volontaria di gravidanza, menopausa,

prevenzione dei tumori femminili, andrologia, disagio psicologico, diritto di famiglia, problemi

sociali, affido familiare. Un luogo "familiare" per molte e molti di noi, una frontiera di

salvezza per ormai un utenza straniera sempre più numerosa. Luoghi che hanno ampiamente

contribuito ai dati confortanti riportati nel 2006 dal Ministero della Salute nella relazione

annuale sull'attuazione della legge 194/78: diminuzione degli aborti del 6,2% rispetto al 2004 ed

una diminuzione del 44,8% rispetto al 1982.

Ed ora immaginate che le utenti del Consultorio di Via Castelvetro, i sindacati, gli studenti, la

cittadinanza attiva si mobilitino a difesa di questa ricchezza a tutela della salute di tutti,

uomini e donne: ben 7.000 firme raccolte già nel 2005 contro la chiusura preannunciata.

Ora ci risiamo, ma non accetteremo più proroghe.

Cosa puoi fare come cittadina o cittadino? 1) Partecipare al nostro *presidio cittadino* indetto

il giorno mercoledì 25 ottobre 2006, dalle ore 9.00 alle ore 13.00 davanti alla sede generale

dell'ASL Città di Milano, in C.so Italia 19 per supportare i delegati sindacali Fp di CGIL, CISL

e UIL che quella stessa mattina verranno ricevuti dal Direttore Generale, il dott. Mobilia. 2)

inviare una mail di protesta al dott. Mobilia ( amobilia@asl.milano.it con un testo anche breve e

semplice, del tipo: <<non chiudere il mio consultorio...>> 3) diffondere questa mail ai tuoi

contatti

Potete aiutarci anche domani, sabato mattina 21 ottobre, ore 10.00-12.00 nel volantinaggio al

mercato di via Fauchè, ang. via Losanna.

PROMOTORI Utenti del Consultorio di Via Castelvetro Collettivo Donne zona 8 Milano (

donnezona8@red-rose.it - www.red-rose.it/donnezona8 http://www.red-rose.it/donnezona8>)

Collettivo Le barricate di Quarto Oggiaro ( lebarricate@gmail.com ) Osservatorio Salute Donna di

Milano ( www.osadonna.org - osa@osadonna.it >)

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Da una gentile segnalazione:

IL DESERTO DELLE MORTI SILENZIOSE - I femminicidi di Juarez, di Alicia Gaspar de Alba, ed.

La Nuova Frontiera

E’ uscito un nuovo libro in italiano sulla storia dei femminicidi a Ciudad Juarez. L'autrice è

Alicia Gaspar de Alba che studia gli omicidi di donne a Juarez dal 1998 e ne ha organizzato una

conferenza internazionale alla UCLA( dove è professora associata di studi chicani) nel 2003. Di

molto diverso dagli altri libri che sono usciti in merito a questa orrenda vicenda, c'è la forma

romanzata che incrocia la vera cronaca con la storia di una donna lesbica che torna a El Paso per

adottare un bambino........ Insomma è un libro che affronta tutta una serie di pregiudizi per

dare una chiave di lettura molto nuova e sicuramente 'scomoda' della realtà di quella frontiera.

buona lettura

mfla8 (last edited 2010-07-20 15:33:40 by )