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'''Nepal:Maoisti entrano in coalizione'''

Raggiunto l'accordo tra governo e maoisti per sciogliere il parlamento nepalese e formare una coalizione anche con i ribelli maoisti. Da 10 anni, i ribelli maoisti guidano una protesta antimonarchica nel corso della quale oltre 13.000 persone sono morte. Lo scorso aprile, la manifestazioni di piazza hanno costretto il re Gyanendra a ristabilire la democrazia, reintrodurre il parlamento e assicurare maggiori diritti civili.
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'''ERITREA-ETIOPIA: REAZIONI DOPO ANNULLAMENTO COLLOQUI ALL’AJA'''

“Emendare la decisione sulla demarcazione per accogliere le richieste dell’Etiopia non è una soluzione, anzi peggiora il problema del rifiuto etiope”: Lea Brilmayer, consigliere legale della presidenza eritrea, ha motivato così la decisione dell’Eritrea di non aderire ai colloqui convocati ieri all’Aja dalla Commissione internazionale incaricata, al termine del conflitto del 1998-2000, di demarcare i circa 1.000 chilometri della frontiera comune con l’Etiopia, mai definita da quando quest’ultima nel 1993 ha ottenuto l’indipendenza da Addis Abeba e oggetto di contesa durante la recente guerra. Dopo il rifiuto dell’Etiopia nell’aprile 2002 della decisione internazionale e in seguito ai numerosi e fallimentari negoziati tra i due paesi – gli ultimi quelli di Londra del 17 e 18 maggio –, la scorsa settimana la Commissione aveva proposto alle due parti di presentare a un consigliere speciale richieste di cambiamenti alla sentenza internazionale che attribuisce la città di Badme all’Eritrea; aveva inoltre suggerito – in caso di mancanza di un ulteriore accordo – l’istituzione di un nuovo comitato dell’Onu e della comunità internazionale. In una lettera indirizzata alla Commissione il governo di Asmara ha chiesto all’Etiopia di “conformarsi” ai precedenti ordini della Commissione, accettando “senza ambiguità” anche la decisione sulla demarcazione dei confini; perciò, si legge ancora, “finché continuerà la presa di posizione etiope, non v’è ragione che si tenga un altro incontro”. Salomon Abebe, portavoce del ministero degli Esteri etiope ha ancora una volta accusato l’Eritrea di “non volere la pace”: “Siamo molto delusi – ha detto -. L’Etiopia era pronta a partecipare all’incontro con vero trasporto, mente aperta e buona volontà… ma è stato cancellato perché il governo eritreo non ha voluto partecipare”. Il consigliere presidenziale eritreo Remane Ghebremeskel ha invece ribadito le accuse agli Stati Uniti: “Con il coinvolgimento degli Usa, gli etiopi stanno cercando di cambiare le regole base. La decisione della commissione non può essere alterata. Non c’è spazio per colloqui. Alterare l’accordo avrebbe conseguenze che vanno oltre la contesa tra Eritrea ed Etiopia: i principi fondamentali della legge internazionale verrebbero messi al rogo”.

'''MOGADISCIO: PROTESTE CONTRO TRUPPE STRANIERE, INCERTEZZA SU SVILUPPI POLITICI'''

Migliaia di sostenitori delle Corti islamiche hanno manifestato oggi a Mogadiscio protestando contro il possibile invio in Somalia di un contingente di pace dei paesi dell’Africa Orientale – in particolare quelli confinanti, come l’Etiopia – richiesto due giorni fa dal governo per sostenere le istituzioni di transizione. Fonti della MISNA nella capitale riferiscono che le dimostrazioni si sono svolte in diversi quartieri della città, ormai da dieci giorni sotto il controllo delle Corti islamiche dopo la sconfitta dei ‘signori della guerra’. Nei cortei non sono mancati slogan anti-americani: gli Usa sono accusati di sostenere l’ormai sconfitta ‘Alleanza anti-terrorismo’ composta da alcuni warlords e uomini d’affari locali; da marzo all’inizio di giugno, i violenti scontri con le milizie islamiche hanno provocato oltre 350 morti e 1.500 feriti a Mogadiscio. Mentre sul terreno resta diffusa la percezione di un sostegno di Washington ai signori della guerra, sui tavoli della diplomazia si registra una prima presa di posizione ufficiale di segno opposto degli Usa. Parlando ieri durante l’incontro del “Gruppo di contatto” per la Somalia, l’assistente alla Segreteria di Stato Jendayi Frazier – citato da agenzie di stampa internazionali – ha risposto a una domanda su un possibile dialogo tra l’amministrazione americana e le Corti islamiche: “Non sappiamo se potremo, per ora non lo escludiamo. Lo sapremo dalle loro azioni”. Secondo l’agenzia ‘Associated Press’, questa dichiarazione potrebbe significare che gli Usa non vedono più le Corti islamiche come quella “minaccia” in precedenza percepita. Il portavoce del Dipartimento di Stato Usa ieri aveva detto che la stessa Unione delle Corti islamiche – che di fatto sono guidate quasi tutte da esponenti dello stesso sottoclan somalo, gli Habr Gedir (espressione del clan Hawiya) – si erano rivolte agli Stati Uniti con una lettera. Secondo diversi osservatori, all’interno delle Corti vi sarebbero elementi legati al terrorismo internazionale che hanno trovato rifugio in Somalia, dove dal 1991 – dopo la caduta di Siad Barre – non esiste alcuna autorità. Fonti della MISNA a Mogadiscio riferiscono che oggi durante le preghiere del venerdì nelle moschee, è stato chiesto ai fedeli di rispettare l’eventuale presenza di operatori umanitari in città: Mogadiscio è l’unica capitale al mondo dove l’Onu non ha accesso all’assistenza umanitaria; conta circa 250.000 sfollati a causa della lunga guerra civile. Per ora le Corti controllano Mogadiscio, Jowhar (circa 90 chilometri a nord) e probabilmente un’altra località verso il confine con l’Etiopia. Ieri, parlando alla MISNA, il capo dell’Unione delle Corti islamiche Sheikh Sharif Sheik Ahmed si era dichiarato disponibile al dialogo col governo a condizione che venga ritirata la richiesta di invio di truppe straniere. Oggi, un sito di informazione del Puntland – la regione nord-occidentale della Somalia da cui proviene il presidente ad interim Adbullahi Yussuf – scrive che lo stesso presidente e il capo delle Corti avrebbero concordato un incontro per avviare un dialogo diretto, sgombrando il rischio – paventato da alcuni – di un possibile scontro armato tra le Corti islamiche (forti di circa 3.000 combattenti, secondo stime in circolazione) e gli uomini del presidente Yussuf (circa 4-5.000, stando ad alcune fonti). Sembrerebbe che il capo di Stato e il leader delle Corti abbiano accettato una mediazione del presidente dello Yemen, capace già a gennaio di risolvere una forte spaccatura tra governo e una parte del Parlamento. Al di là della giustificazione ‘ideologica’ delle Corti, sul terreno resta la convinzione che l’azione delle milizie islamiche risponda al tentativo del sottoclan Habr Gedir di ottenere il controllo di ampi settori della Somalia meridionale, a partire dalla capitale Mogadiscio e che gli scontri di questi mesi siano stati soprattutto un tentativo di mantenere il controllo sui lucrosi commerci illegali degli ultimi 15 anni.

'''SOWETO, 30 ANNI FA L’INIZIO DELLA RIVOLTA CONTRO L’APARTHEID'''

La strada che dalla scuola ‘Morris Isaacson’ di Soweto, in Sudafrica, porta alla ‘Orlando West’ è stata pavimentata con lastre di color rosso per ricordare il sangue dei circa 618 studenti neri uccisi dalle forze governative il 16 giugno 1976 durante una marcia pacifica contro la politica scolastica della minoranza bianca che li obbligava a studiare in ‘afrikaans’, la lingua dei coloni boeri. Le sassaiole e gli scontri tra studenti e polizia ed esercito – in cui oltre a centinaia di vittime vi furono 1.500 feriti - furono l’inizio del movimento che nel 1994 portò alla fine dell’apartheid (in vigore dal 1948) e oggi, nel trentesimo anniversario di quella che viene ricordata come la ‘rivolta di Soweto’, lungo quella strada il presidente sudafricano Thabo Mbeki ha marciato, mentre i parenti dei bambini uccisi hanno deposto corone di fiori. Centinaia di persone hanno poi osservato un minuto di silenzio e intonato la canzone in lingua Zulu ‘Senzeni na’, ‘Piangiamo’, dinanzi al memoriale in pietra scura ‘Hector Peterson’ dedicato allo studente tredicenne che, sceso in piazza con i suoi compagni di scuola, fu il primo e il più giovane a perdere la vita negli scontri. “Il 16 giugno del 1976 ero nella stessa strada. Vi erano gas lacrimogeni. La gente urlava, correva e la polizia inseguiva chiunque” ha ricordato Martin Mhanlanga, uno dei sopravvissuti che ha partecipato alla commemorazione in compagnia del piccolo nipote. Nel 1991 l’allora Organizzazione dell’Unità africana (Oua, oggi Unione Africana) decise di ricordare quel triste evento proclamando il 16 giugno ‘Giornata internazionale dei bambini africani’. A distanza di 15 anni, un rapporto del Fondo dell’Onu per l’infanzia (Unicef) sostiene che purtroppo i bambini del continente continuano a patire violenze e traumi fisici e psicologici: ogni anno, 300.000 bambini africani sono vittime del traffico di minori e circa 3 milioni subiscono mutilazioni femminili, mentre aumentano le vittime di violenze sessuali e stupri. Nella Repubblica Democratica del Congo - dove tra l’altro i minori sono stati per anni reclutati a forza come bambini-soldato – l’infanzia è ancora oggetto di violenza sessuale, mentre in Sudafrica l’anno scorso 4 vittime su 10 di questo crimine erano minori. Vi sono paesi, però, dove sono state avviati progetti per contrastare la violenza minorile, come la campagna nazionale ‘Fermare la violenza contro i bambini’ avviata in Kenya o il Codice di condotta per gli insegnanti del Ghana.
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'''Censis: precario 1 su 10'''

In Italia sono circa 2 milioni e mezzo i lavoratori precari, piu' di uno ogni dieci occupati. Lo afferma il Censis, sulla base di dati Istat. Si tratta dell'11% del mercato del lavoro, fra contratti occasionali, a progetto e a tempo determinato. I lavoratori atipici sono giovani (il 57,4% ha meno di 34 anni), in maggioranza donne (il 14,7% contro l'8,7%) e con livelli di istruzione elevati (il 14,1% ha la laurea, l'11% il diploma) e si concentrano soprattutto al centro (11,5%) e al sud (13,9%).

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Gr 19:30

Sommario

In primo Piano

Nepal:Maoisti entrano in coalizione

Raggiunto l'accordo tra governo e maoisti per sciogliere il parlamento nepalese e formare una coalizione anche con i ribelli maoisti. Da 10 anni, i ribelli maoisti guidano una protesta antimonarchica nel corso della quale oltre 13.000 persone sono morte. Lo scorso aprile, la manifestazioni di piazza hanno costretto il re Gyanendra a ristabilire la democrazia, reintrodurre il parlamento e assicurare maggiori diritti civili.

Editoriale

NOTIZIE BREVI

ESTERI

ERITREA-ETIOPIA: REAZIONI DOPO ANNULLAMENTO COLLOQUI ALL’AJA

“Emendare la decisione sulla demarcazione per accogliere le richieste dell’Etiopia non è una soluzione, anzi peggiora il problema del rifiuto etiope”: Lea Brilmayer, consigliere legale della presidenza eritrea, ha motivato così la decisione dell’Eritrea di non aderire ai colloqui convocati ieri all’Aja dalla Commissione internazionale incaricata, al termine del conflitto del 1998-2000, di demarcare i circa 1.000 chilometri della frontiera comune con l’Etiopia, mai definita da quando quest’ultima nel 1993 ha ottenuto l’indipendenza da Addis Abeba e oggetto di contesa durante la recente guerra. Dopo il rifiuto dell’Etiopia nell’aprile 2002 della decisione internazionale e in seguito ai numerosi e fallimentari negoziati tra i due paesi – gli ultimi quelli di Londra del 17 e 18 maggio –, la scorsa settimana la Commissione aveva proposto alle due parti di presentare a un consigliere speciale richieste di cambiamenti alla sentenza internazionale che attribuisce la città di Badme all’Eritrea; aveva inoltre suggerito – in caso di mancanza di un ulteriore accordo – l’istituzione di un nuovo comitato dell’Onu e della comunità internazionale. In una lettera indirizzata alla Commissione il governo di Asmara ha chiesto all’Etiopia di “conformarsi” ai precedenti ordini della Commissione, accettando “senza ambiguità” anche la decisione sulla demarcazione dei confini; perciò, si legge ancora, “finché continuerà la presa di posizione etiope, non v’è ragione che si tenga un altro incontro”. Salomon Abebe, portavoce del ministero degli Esteri etiope ha ancora una volta accusato l’Eritrea di “non volere la pace”: “Siamo molto delusi – ha detto -. L’Etiopia era pronta a partecipare all’incontro con vero trasporto, mente aperta e buona volontà… ma è stato cancellato perché il governo eritreo non ha voluto partecipare”. Il consigliere presidenziale eritreo Remane Ghebremeskel ha invece ribadito le accuse agli Stati Uniti: “Con il coinvolgimento degli Usa, gli etiopi stanno cercando di cambiare le regole base. La decisione della commissione non può essere alterata. Non c’è spazio per colloqui. Alterare l’accordo avrebbe conseguenze che vanno oltre la contesa tra Eritrea ed Etiopia: i principi fondamentali della legge internazionale verrebbero messi al rogo”.

MOGADISCIO: PROTESTE CONTRO TRUPPE STRANIERE, INCERTEZZA SU SVILUPPI POLITICI

Migliaia di sostenitori delle Corti islamiche hanno manifestato oggi a Mogadiscio protestando contro il possibile invio in Somalia di un contingente di pace dei paesi dell’Africa Orientale – in particolare quelli confinanti, come l’Etiopia – richiesto due giorni fa dal governo per sostenere le istituzioni di transizione. Fonti della MISNA nella capitale riferiscono che le dimostrazioni si sono svolte in diversi quartieri della città, ormai da dieci giorni sotto il controllo delle Corti islamiche dopo la sconfitta dei ‘signori della guerra’. Nei cortei non sono mancati slogan anti-americani: gli Usa sono accusati di sostenere l’ormai sconfitta ‘Alleanza anti-terrorismo’ composta da alcuni warlords e uomini d’affari locali; da marzo all’inizio di giugno, i violenti scontri con le milizie islamiche hanno provocato oltre 350 morti e 1.500 feriti a Mogadiscio. Mentre sul terreno resta diffusa la percezione di un sostegno di Washington ai signori della guerra, sui tavoli della diplomazia si registra una prima presa di posizione ufficiale di segno opposto degli Usa. Parlando ieri durante l’incontro del “Gruppo di contatto” per la Somalia, l’assistente alla Segreteria di Stato Jendayi Frazier – citato da agenzie di stampa internazionali – ha risposto a una domanda su un possibile dialogo tra l’amministrazione americana e le Corti islamiche: “Non sappiamo se potremo, per ora non lo escludiamo. Lo sapremo dalle loro azioni”. Secondo l’agenzia ‘Associated Press’, questa dichiarazione potrebbe significare che gli Usa non vedono più le Corti islamiche come quella “minaccia” in precedenza percepita. Il portavoce del Dipartimento di Stato Usa ieri aveva detto che la stessa Unione delle Corti islamiche – che di fatto sono guidate quasi tutte da esponenti dello stesso sottoclan somalo, gli Habr Gedir (espressione del clan Hawiya) – si erano rivolte agli Stati Uniti con una lettera. Secondo diversi osservatori, all’interno delle Corti vi sarebbero elementi legati al terrorismo internazionale che hanno trovato rifugio in Somalia, dove dal 1991 – dopo la caduta di Siad Barre – non esiste alcuna autorità. Fonti della MISNA a Mogadiscio riferiscono che oggi durante le preghiere del venerdì nelle moschee, è stato chiesto ai fedeli di rispettare l’eventuale presenza di operatori umanitari in città: Mogadiscio è l’unica capitale al mondo dove l’Onu non ha accesso all’assistenza umanitaria; conta circa 250.000 sfollati a causa della lunga guerra civile. Per ora le Corti controllano Mogadiscio, Jowhar (circa 90 chilometri a nord) e probabilmente un’altra località verso il confine con l’Etiopia. Ieri, parlando alla MISNA, il capo dell’Unione delle Corti islamiche Sheikh Sharif Sheik Ahmed si era dichiarato disponibile al dialogo col governo a condizione che venga ritirata la richiesta di invio di truppe straniere. Oggi, un sito di informazione del Puntland – la regione nord-occidentale della Somalia da cui proviene il presidente ad interim Adbullahi Yussuf – scrive che lo stesso presidente e il capo delle Corti avrebbero concordato un incontro per avviare un dialogo diretto, sgombrando il rischio – paventato da alcuni – di un possibile scontro armato tra le Corti islamiche (forti di circa 3.000 combattenti, secondo stime in circolazione) e gli uomini del presidente Yussuf (circa 4-5.000, stando ad alcune fonti). Sembrerebbe che il capo di Stato e il leader delle Corti abbiano accettato una mediazione del presidente dello Yemen, capace già a gennaio di risolvere una forte spaccatura tra governo e una parte del Parlamento. Al di là della giustificazione ‘ideologica’ delle Corti, sul terreno resta la convinzione che l’azione delle milizie islamiche risponda al tentativo del sottoclan Habr Gedir di ottenere il controllo di ampi settori della Somalia meridionale, a partire dalla capitale Mogadiscio e che gli scontri di questi mesi siano stati soprattutto un tentativo di mantenere il controllo sui lucrosi commerci illegali degli ultimi 15 anni.

SOWETO, 30 ANNI FA L’INIZIO DELLA RIVOLTA CONTRO L’APARTHEID

La strada che dalla scuola ‘Morris Isaacson’ di Soweto, in Sudafrica, porta alla ‘Orlando West’ è stata pavimentata con lastre di color rosso per ricordare il sangue dei circa 618 studenti neri uccisi dalle forze governative il 16 giugno 1976 durante una marcia pacifica contro la politica scolastica della minoranza bianca che li obbligava a studiare in ‘afrikaans’, la lingua dei coloni boeri. Le sassaiole e gli scontri tra studenti e polizia ed esercito – in cui oltre a centinaia di vittime vi furono 1.500 feriti - furono l’inizio del movimento che nel 1994 portò alla fine dell’apartheid (in vigore dal 1948) e oggi, nel trentesimo anniversario di quella che viene ricordata come la ‘rivolta di Soweto’, lungo quella strada il presidente sudafricano Thabo Mbeki ha marciato, mentre i parenti dei bambini uccisi hanno deposto corone di fiori. Centinaia di persone hanno poi osservato un minuto di silenzio e intonato la canzone in lingua Zulu ‘Senzeni na’, ‘Piangiamo’, dinanzi al memoriale in pietra scura ‘Hector Peterson’ dedicato allo studente tredicenne che, sceso in piazza con i suoi compagni di scuola, fu il primo e il più giovane a perdere la vita negli scontri. “Il 16 giugno del 1976 ero nella stessa strada. Vi erano gas lacrimogeni. La gente urlava, correva e la polizia inseguiva chiunque” ha ricordato Martin Mhanlanga, uno dei sopravvissuti che ha partecipato alla commemorazione in compagnia del piccolo nipote. Nel 1991 l’allora Organizzazione dell’Unità africana (Oua, oggi Unione Africana) decise di ricordare quel triste evento proclamando il 16 giugno ‘Giornata internazionale dei bambini africani’. A distanza di 15 anni, un rapporto del Fondo dell’Onu per l’infanzia (Unicef) sostiene che purtroppo i bambini del continente continuano a patire violenze e traumi fisici e psicologici: ogni anno, 300.000 bambini africani sono vittime del traffico di minori e circa 3 milioni subiscono mutilazioni femminili, mentre aumentano le vittime di violenze sessuali e stupri. Nella Repubblica Democratica del Congo - dove tra l’altro i minori sono stati per anni reclutati a forza come bambini-soldato – l’infanzia è ancora oggetto di violenza sessuale, mentre in Sudafrica l’anno scorso 4 vittime su 10 di questo crimine erano minori. Vi sono paesi, però, dove sono state avviati progetti per contrastare la violenza minorile, come la campagna nazionale ‘Fermare la violenza contro i bambini’ avviata in Kenya o il Codice di condotta per gli insegnanti del Ghana.

ITALIA

Censis: precario 1 su 10

In Italia sono circa 2 milioni e mezzo i lavoratori precari, piu' di uno ogni dieci occupati. Lo afferma il Censis, sulla base di dati Istat. Si tratta dell'11% del mercato del lavoro, fra contratti occasionali, a progetto e a tempo determinato. I lavoratori atipici sono giovani (il 57,4% ha meno di 34 anni), in maggioranza donne (il 14,7% contro l'8,7%) e con livelli di istruzione elevati (il 14,1% ha la laurea, l'11% il diploma) e si concentrano soprattutto al centro (11,5%) e al sud (13,9%).

Siparietto


Gr 13:00

In primo Piano

SVIZZERA, Asilo anche per chi non è perseguitato da uno Stato

La Commissione svizzera di ricorso in materia d'asilo ha riconosciuto per la prima volta questo diritto. La Svizzera raggiunge così gli altri paesi che già applicano «la teoria della protezione». Diritto d'asilo politico solo a chi è perseguitato da uno Stato? Finora, in Svizzera le cose stavano così. Ora, grazie ad una decisione della Commissione svizzera di ricorso in materia d'asilo (CRA) la prassi dovrebbe cambiare e l'asilo politico verrebbe concesso anche ai rifugiati che, vittime di milizie private o altre organizzazioni non statali, non possono essere adeguatamente protetti dal loro paese di provenienza. La CRA è giunta alle sue conclusioni trattando il caso di un cittadino somalo torturato in patria e la cui richiesta d'asilo politico era stata respinta nel 2005 dall'Ufficio federale della migrazione (UFM). L'uomo era stato catturato da una milizia che lo aveva costretto ai lavori forzati, torturato e mutilato. Rifugiatosi in Svizzera, aveva inutilmente chiesto asilo politico.

L'Organizzazione svizzera d'aiuto ai rifugiati (OSAR) ha reagito con soddisfazione alla decisione della CRA. A suo avviso, si pone così fine a una pratica singolarmente restrittiva e contraria alle esigenze di diritto, che ha penalizzato in primo luogo le donne. L'OSAR ha pure criticato la prassi applicata dai servizi di Christoph Blocher, ministro di giustizia e polizia, «a spese delle persone esiliate». Per l'OSAR, la legislazione in materia d'asilo della Svizzera viola diversi standard internazionali e un'eventuale entrata in vigore della nuova legge sull'asilo, sulla quale i cittadini si esprimeranno il 24 settembre, peggiorerebbe la situazione.

Il diritto d'asilo è un tema molto dibattuto in Svizzera. La possibilità di applicare la «teoria della protezione» contenuta nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati è stata discussa più volte nel corso degli ultimi anni. Nel messaggio relativo all'ultima revisione della legge sull'asilo, il Consiglio federale ha proposto al parlamento di modificare la giurisprudenza in questo senso e le camere federali hanno accettato. D'ora in avanti quindi le autorità dovranno valutare se una persona in pericolo può effettivamente ottenere protezione nel suo paese, indipendentemente dalla sua appartenenza etnica o dal sesso. La protezione dovrà essere garantita dallo Stato, quella fornita da un gruppo famigliare o dalla rete sociale dei singoli non è sufficiente. Non è ancora stato specificato se la protezione offerta da organizzazioni internazionali può essere considerata sufficiente.

NOTIZIE BREVI

ESTERI

IRAQ: KAMIKAZE IN MOSCHEA, SEI MORTI E 15 FERITI

Sei persone sono morte ed altre 15 sono rimaste ferite nell'attentato suicida compiuto oggi da un kamikaze in una moschea sciita di Baghdad,avvenuto poco prima della preghiera del venerdi'. Lo rendono noto fonti della sicurezza. Testimoni hanno riferito di aver visto una attentatore suicida avvicinarsi all'entrata con una borsa in mano e subito dopo hanno udito l'esplosione, avvenuta alle 12:15 locali mentre i fedeli stavano affluendo per la settimanale preghiera del venerdi'. Altri testimoni citati dall'inviato dell'emittente Tv al Iraqiya sul posto riferiscono invece che con ogni probabilita' all'interno della moschea c'era dell'altro esplosivo.

I feriti e i corpi delle vittime sono gia' stati trasportati al vicino ospedale di al Karq, ha detto la stressa fonte. La moschea, sorge nel quartiere a Uthaifiya, chiamata Buratha, ed e' sotto la direzione generale dello sheikh Jalal Addin al Saghir, deputato al parlamento per il Supremo consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri). E' la terza volta che viene presa di mira in attentati terroristici, oltre ad una serie di sporadici attacchi a colpi di mortaio. Da due giorni a Baghdad e' peraltro entrato in vigore un rigido piano antiterrorismo che prevede l'utilizzo straordinario di oltre 40 mila uomini delle forze armate irachene e della forza multinazionale e che oltre al coprifuoco notturno, stabilisce il blocco della circolazione delle auto il venerdi' tra le 11:00 e le 15:00, proprio le ore in cui i fedeli vanno in moschea.

QUATTRO MORTI E DIECI RAPITI A SUD DI BAGHDAD Quattro persone sono state uccise e dieci rapite in due agguati avvenuti questa mattina a sud di Baghdad. Lo riferisce la polizia. Uomini armati a bordo di due camion all'alba di oggi hanno ucciso tre civili e ne hanno prelevati altri nove, ha detto una fonte della polizia di Soueira, ad una cinquantina di chilometri a sud della capitale. La fonte ha aggiunto che i due episodi sono avvenuti in due villaggi vicini alla citta', chiamati Samra e Bu Ajil, nella provincia di Wasset. Inoltre secondo un'altra fonte della polizia, uomini armati con uniformi della polizia hanno ucciso un civile e ne hanno rapito un altro in un villaggio vicino a Madaen, 25 chilometri a sud di Baghdad. Nella serata di ieri un'esplosione a Baquba, 60 chilometri a nord di Baghdad, ha fatto crollare il tetto di un edificio in costruzione che ha travolto un'abitazione vicina uccidendo quattro membri di una famiglia e ferendone altri due.

MIGLIAIA DI CIVILI FUGGONO IN DARFUR

Le violenze commesse da gruppi di banditi stanno spingendo migliaia di civili dal Ciad orientale oltre il confine con Darfur, regione occidentale del Sudan. Nell’ultimo mese sono arrivati più di 10.000 profughi a Um Dukur, piccola città nel sud-ovest del Darfur situata nel punto dove si incontrano i confini con il Ciad e con la Repubblica centrafricana: lo rende noto l’organizzazione non governativa internazionale Medici senza frontiere (Msf), che gestisce un ospedale per i rifugiati nei quattro campi profughi che circondano la cittadina. Msf sottolinea che “una minoranza significativa” dei nuovi arrivati sono sudanesi già fuggiti in precedenza in territorio ciadiano per scappare dalle violenze in Darfur. I fuggitivi hanno raccontato agli operatori umanitari degli attacchi subiti frequentemente nei loro villaggi in Ciad da bande di miliziani non identificati che uccidono e depredano averi e bestiame; una ventina di profughi, aggiunge Msf, sono stati curati per ferite da arma da fuoco e da taglio. Dieci giorni fa l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur/Unhcr) ha pubblicamente denunciato il ripetersi, negli ultimi tre mesi, di attacchi contro i civili nel Ciad orientale da parte delle milizie di Janjaweed, le bande di predoni arabi a cavallo considerate le principali responsabili delle violenze che da oltre 3 anni sconvolgono il Darfur. In base alle testimonianze raccolte dall’agenzia Onu, insieme ai Janjaweed, arrivati dal confinante Sudan, negli attacchi sarebbero coinvolti anche gruppi di ciadiani che avrebbero stretto accordi con i predoni sudanesi per evitare che i propri villaggi siano presi di mira. L’Acnur/Unhcr ha stimato in 50.000 i ciadiani che hanno cercato rifugio nei campi profughi in patria dove già vivono 200.000 sudanesi scappati dalla guerra in Darfur, ma non aveva segnalato movimenti di ciadiani oltre il confine sudanese.

‘NEPAL, STORICO’ VERTICE TRA PRIMO MINISTRO E CAPO DELLA RIBELLIONE

Si sta svolgendo a Kathmandu l’attesissimo incontro tra il comandante supremo della ribellione maoista, Pusha Kamal Dahal, conosciuto come ‘Prachanda’, e il primo ministro del paese, Girija Prasad Koirala. Benché descritto come un colloquio informale presso l’abitazione di Koirala, il vertice è il primo incontro dall’inizio della guerra, dieci anni fa, tra i massimi rappresentanti delle due parti in conflitto. Ai colloqui odierni partecipano anche il numero due della ribellione e ideologo del ‘Partito comunista maoista del Nepal’ (questo il nome del gruppo ribelle) Baburam Bhattarai, il capo delle delegazione maoista che sta negoziando la pace Khrishna Bahadur Mahar, e altri due comandanti guerriglieri; da parte governativa, insieme a Koirala è presente il ministro dell’Interno Khrisna Prasad Sitaula. La possibilità che fosse oggi il giorno del vertice era stata ventilata ieri in chiusura del secondo incontro negoziale dall’inizio del processo di pace un mese fa, ma non era stato formalmente annunciato. Capi della ribellione e capo del governo discuteranno sulla data da fissare per eleggere i rappresentanti all’Assemblea costituente da cui uscirà il nuovo assetto istituzionale del paese, che i ribelli vogliono sia puramente repubblicano escludendo la monarchia da qualunque ruolo. Osservatori concordano nel definire quello in corso il negoziato con le maggiori probabilità di arrivare a una soluzione politica definitiva del conflitto che ha causato 13.000 vittime, a differenza degli altri due falliti tentativi, nel 2001 e nel 2003, portati avanti dalla compagine di governo guidata dal ‘deposto’ sovrano Gyanendra. Determinante, in questo senso, il recente cambiamento al vertice del potere in Nepal dopo che il re, nell’aprile scorso, è stato costretto da una rivolta popolare a restituire i poteri ai partiti dell’opposizione, ora al governo, gli stessi che nel novembre 2005 hanno sottoscritto una sorta di alleanza politica con i ribelli.

SPAGNA MIGRANTI IRREGOLARI, NUOVI FONDI PER RIMPATRI E COOPERAZIONE

Trecento euro per ogni migrante rimpatriato: è quanto il ministero dell’Interno spagnolo ha concordato di pagare al governo della Guinea Bissau per far tornare a casa 33 migranti illegali recentemente fermati dalle autorità di Madrid. La misura è stata adottata nella scia di quelle già concordate dal precedente governo conservatore spagnolo, che per primo pagò somme ingenti ai governi africani per spingerli a riaccogliere in patria i connazionali fermati in Spagna dove esservi giunti illegalmente. Altri fondi per progetti di cooperazione allo sviluppo, in materia di lotta contro le migrazioni clandestine, arriveranno presto ad alcuni Paesi dell’Africa occidentale sempre dalla Spagna, questa volta però attraverso l’Unione europea. Il consigliere alla pesca della Galizia, Carmen Gallego, ha infatti chiesto finanziamenti a favore di Capo Verde, Guinea Bissau e Sao Tomé e Principe, alcuni dei principali paesi di partenza dei migranti clandestini. Si tratta principalmente di progetti di formazione ed equipaggiamento per la pesca, che dovrebbero essere attivati tra la fine d’agosto e l’inizio di settembre. La Gallego inoltre ha esortato la Ue ad accelerare i tempi per la sottoscrizione del nuovo trattato sulla pesca con la Mauritania, uno dei principali paesi di partenza degli emigranti subsahariani, che giungono sulla costa mauritana dopo interminabili e pericolosi viaggi nel deserto. Si calcola che nella sola Mauritania vi siano circa 4.000 barche fatiscenti pronte a partire con il loro carico di disperati verso l’Europa

Energia, passo indietro della Francia "Rinviata la privatizzazione GdF"

Il primo ministro francese Dominique de Villepin avrebbe deciso di rinviare la privatizzazione di Gaz de France, operazione indispensabile per la sua fusione con Suez. Lo scrive oggi il quotidiano Le Monde secondo cui le nozze tra i due gruppi francesi sono "vittime dell'indebolimento politico di de Villepin".

"A provocare la paralisi" sarebbe l'ostilità dei deputati del partito di maggioranza UMP, spiega il giornale. Secondo fonti vicine al primo ministro, il testo di legge che sarà esaminato a breve dal consiglio dei ministri riguarda solo l'apertura del mercato dell'energia, mentre gli articoli che riguardano la riduzione della partecipazione dello stato in GdF "sono scomparsi". Il giornale indica anche che la riunione prevista per stamani all'Eliseo tra il capo dello stato Jacques Chirac, de Villepin e il leader dell'UMP e ministro degli interni Nicolas Sarkozy è stata annullata.

Le Monde sostiene che il progetto di legge sull'energia sarà diviso in due parti. La prima conterrà i provvedimenti per l'apertura dei mercati dell'energia, in vista della scadenza del 1 luglio 2007, e le garanzie per i consumatori, e dovrà essere portata rapidamente al Consiglio dei ministri. L'altra parte riguarderà la possibilità per lo stato di scendere al 34% in Gaz de France (rispetto al limite del 70% fissato dalla legge di privatizzazione di agosto 2004). Matignon potrebbe ancora presentarla all'ultimo consiglio prima della pausa estiva di agosto ma questa possibilità, secondo Le Monde, "è quanto mai aleatoria". La privatizzazione avrebbe consentito la fusione tra Gaz de France e Suez, che di fatto avrebbe sbarrato la porta alle aspirazioni dell'italiana Enel, che aveva ventilato la possibilità di lanciare un'Opa da 50 miliardi su Suez, provocando una levata di scudi in Francia e una polemica sul passaggio dell'azienda francese a un gruppo italiano.

ITALIA

Siparietto


Gr 9:30

ESTERI

GAZA: LANCI DI RAZZI CONTRO SDEROT, ESERCITO ISRAELE UCCIDE MILIZIANI

Nuovi lanci di razzi Al Qassm si sono verificati questa mattina all’alba dalla Striscia di Gaza verso la località israeliana di Sderot, fatta oggetto di ripetuti attacchi negli ultimi otto giorni. Almeno sei ordigni sono stati sparati verso la città, abitata da circa 24.000 persone (tra le quali l’attuale ministro della Difesa Amir Peretz), senza provocare vittime. Ieri altri sette ordigni erano stati lanciati nella serata, ferendo almeno tre persone. I lanci di questa mattina giungono dopo che ieri sera un elicottero militare di Israele ha sparato un missile nel centro di Gaza, uccidendo almeno tre miliziani palestinesi. Secondo fonti israeliane, le vittime stavano pianificando un attacco esplosivo contro posizioni di Israele. Scontri si sono verificati infine anche in Cisgiordania, dove alcuni soldati di Tel Aviv sono rimasti lievemente feriti dal fuoco di un commando palestinese.

‘MURO DELLA VERGOGNA’: ALTA CORTE ORDINA PARZIALE ABBATTIMENTO

L’abbattimento di un tratto di cinque chilometri del cosiddetto ‘muro della vergogna’ lungo il confine settentrionale della Cisgiordania - come molti palestinesi chiamano la ‘barriera’ di cemento voluta da Israele – è stato deciso dalla Corte Suprema di Tel Aviv. Accogliendo il ricorso del ‘Centro per la difesa dei palestinesi’, i giudici hanno stabilito che il governo deve smantellare entro sei mesi una parte del ‘muro’ che avrebbe sottratto circa cento ettari di terreno ai villaggi palestinesi di Azoun e Jayous a favore dell’insediamento ebraico di Tzufin. Nella sentenza, la Corte accusa le autorità di Israele di aver nascosto alcune motivazioni relative alla costruzione del famigerato muro: che in questo caso non sarebbe giustificato da questioni di sicurezza – da sempre addotte da Israele per spiegare la realizzazione della barriera – ma da “fattori politici”. Secondo il quotidiano israeliano ‘Haaretz’, i giudici hanno criticato il governo per non aver presentato in modo trasparente le motivazioni relative alla realizzazione di quel tratto del muro; per gli attivisti israeliani del gruppo per la difesa dei diritti umani 'B’Tselem', la Corte suprema “ha stabilito che lo Stato di Israele ha mentito” quando ha affermato che il percorso di 670 chilometri del 'muro' è stato tracciato sulla base “soltanto di considerazioni legate alla sicurezza”. Voluta dal precedente governo di Ariel Sharon per fermare le infiltrazioni dei kamikaze - che di fatto sono proseguite – la barriera sta provocando gravi conseguenze socio-economiche su centinaia di migliaia di cittadini palestinesi, imponendo loro limitazioni di movimento, di accesso a strutture sanitarie, di frequenza scolastica. Alcuni mesi fa la Corte Suprema di Israele aveva riconosciuto a Israele il diritto per “motivi di sicurezza” a costruire la gigantesca recinzione anche all’interno della cosiddetta Linea Verde, che separa i territori palestinesi da Israele dopo la guerra del 1967. Di segno opposto la sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, organo consultivo dell’Onu, che nel 2004 aveva definito “illegale” la barriera - che già taglia alcuni quartieri arabi di Gerusalemme - per l’evidente violazione dei diritti umani della popolazione palestinese.

KANDAHAR, UCCISI DIPENDENTI AFGANI DI BASE USA

Almeno sette afgani sono stati uccisi oggi a Kandahar, capoluogo dell’omonima provincia meridionale ed ex-roccaforte del deposto regime dei talebani, mentre si stavano recando a lavoro in una base militare statunitense annessa all’aeroporto cittadino; sedici i feriti, alcuni dei quali sarebbero stati mutilati. Un sedicente portavoce dei talebani, che ha rivendicato l'attentato, ha minacciato che chiunque lavori per gli statunitensi sarà considerato un obiettivo dovunque si trovi in Afghanistan. “È la prima volta che dipendenti afgani vengono deliberatamente colpiti dai talebani” ha osservato il portavoce della coalizione Quentin Innis. L’attentato di oggi è stato uno dei peggiori dall’inizio dell’anno nel corso dei quali si sono già verificati 21 attacchi suicidi contro i 17 di tutto il 2005 e sono morte oltre 900 persone, la metà delle quali solo a maggio per l’intensificarsi delle violenze in concomitanza con l’offensiva lanciata dalla coalizione internazionale nel sud e nell’est del paese che ha ucciso circa 550 militanti nell’ultimo mese. Appena ieri la forza multinazionale ha impegnato oltre 10.000 uomini in quattro province meridionali – Uruzgan, Helmand, Zabul e Kandahar – nella più vasta offensiva militare dall’invasione nel 2001.

Sri Lanka: attacco contro Tamil

Attacco delle forze aeronautiche dello Sri Lanka vicino al quartiere generale delle Tigri Tamil di Kilonochchi. L'azione e' stata decisa all'indomani dell'attentato ad un bus civile in cui sono morte 64 persone. La Reuters afferma che la citta', subito dopo l'alba e prima delle raffiche, e' stata sorvolata da un aereo che ha compiuto una ricognizione. Almeno cinque bombe sono state poi lanciate. Alcuni lavoratori si sono precipitati nei rifugi per trovare riparo.

ONU, NEL 2020 BIDONVILLE AVRANNO 1,4 MLD ABITANTI

Nel 2020, 1,4 miliardi di persone - quanto la popolazione della Cina - vivranno nelle bidonville del pianeta. La stima viene da un organismo delle Nazioni Unite, in un rapporto che esorta i governi del mondo a accompagnare, piuttosto che cercare di frenare, un processo di urbanizzazione inarrestabile. Attualmente, sulla Terra c'e' piu' di un miliardo di esseri umani che vive ammassato nelle baraccopoli, ovvero quasi un abitante di citta' su tre, secondo quanto afferma Onu-Habitat, il Programma nelle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, nel suo rapporto per il 2006-07 presentato oggi a Ginevra. La popolazione delle bidonville aumenta del 2,2% l'anno, in particolare nell'Africa sub sahariana, dove il tasso di crescita annua supera il 4,5%, secondo il rapporto che Onu-Habitat pubblica ogni due anni.

A livello mondiale, questo ritmo di crescita accelera: entro il 2020, gli agglomerati miserabili dovranno ospitare 27 milioni di persone in piu' ogni anno, contro un aumento medio di 18 milioni di persone nel periodo fra il 1990 e il 2007. All' inizio del prossimo anno, il numero di persone che nel mondo vive in citta' per la prima volta eguagliera' quello di quanti vivono nelle campagne. Se questo e' un dato di fatto in Europa gia' dalla fine della Seconda guerra mondiale, in Africa e in Asia questa parita' non dovrebbe essere raggiunta prima del 2020. Ma i Paesi in via di sviluppo recuperano rapidamente il loro ritardo. Piu' del 95% della crescita urbana avverra' nei Paesi del Sud del mondo e nel 2030 i cittadini saranno quasi cinque miliardi, su una popolazione umana totale di 8,1 miliardi.

ITALIA


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gror060616 (last edited 2008-06-26 09:51:42 by anonymous)